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Cannarsi ed Evangelion, Lucky Red nel mirino e altre storie.. e traduttori che non sanno più a chi dare retta.

È successo ormai da qualche settimana, un caso che ha travolto il web e il mondo dell’animazione giapponese in Italia e che ha sollevato polveroni per cui nemmeno Gualtiero Cannarsi troverebbe attributi più azzeccati di “di proporzioni ingenti oltre misura“. Al di là dell’immediata esauribilità dell’argomento (anche se siamo ancora in attesa del nuovo adattamento di Evangelion), del fatto che sia già stato analizzato da più o meno tutti, non c’è fine apparente a quelle che sono le riflessioni derivanti da questo caso specifico. Questo approfondimento si propone quindi di analizzare tante delle possibili implicazioni, di viaggiare attraverso un gigantesco trip mentale (lo segnalo: le mie scuse sono in fondo all’articolo), automatico per chi è appassionato di storie e non riesce a smettere di ragionarci su.

Ma andiamo con ordine, raccontando brevemente anche per chi si fosse perso qualcosa, probabilmente perché abitante di una caverna per tutto il mese…

Cannarsi

Gualtiero Cannarsi, direttore dell’adattamento, tra i tanti, di “Una Tomba per le Lucciole” (Studio Ghibli, 1988).

IL CASO CANNARSI E NETFLIX ASCOLTATRICE DI FOLLE

Oh Gualtiero, oh Gualtiero… Prendendo subito una posizione, mi verrebbe da pensare: “come può una persona con certe convinzioni e metodi essere stato a capo di progetti così grossi e di tale responsabilità culturale… per vent’anni poi!?.

Questa storia inizia con la decisione di Netflix di inserire nel proprio catalogo Neon Genesis Evangelion, classicone in animazione giapponese del genere mecha e post-apocalittico, con un adattamento tutto nuovo, nuovo doppiaggio e restauri vari. Il lavoro viene affidato al già citato Gualtiero Cannarsi, responsabile (non so se intendere il termine in senso “criminale” a questo punto) degli adattamenti in italiano dei capolavori dello studio Ghibli. Forse quest’anime è da annoverarsi tra i prodotti preziosi e intoccabili provenienti dal sol levante, perché la cosa fa inca**are e non poco tutti quanti. L’internet, già strapieno di meme esilaranti sullo pseudo italiano dei dialoghi di Cannarsi nei film Ghibli, si ribella e fa sentire a Netflix tutto il suo dissenso.

E ci sarebbe già tanto da ragionare a proposito di questo fenomeno. Quando si può davvero parlare di “danno culturale“? Perché succede tutto questo proprio con Evangelion? E Cannarsi ha ragione a difendere strenuamente il suo ruolo di “conservatore di ferro” della versione originale?

YouTube intera, Facebook, tutte le testate giornalistiche possibili e Marco Pagot (che grida ancora “Perché io no?!”) si sono probabilmente fatti le stesse domande.

CannarsiQuando si parla di opere di estrema importanza culturale, educative e profonde, di storie colossali e filosofiche come in questo caso, io credo non si possa non pensare al concetto di danno culturale. Adattare non pensando al pubblico di destinazione, ignorando quelle che per la sintassi e la semantica non sono “interpretazioni” ma regole, comporta dei danni effettivi. Il potere di una storia, dei messaggi che trascina con sé, la forza comunicativa della battuta detta nel modo giusto e, più di tutto, le sacrosante immersività e sospensione dell’incredulità ne risentono pesantemente. Un film come appunto Porco Rosso, politico e comunicativo, libero e avventuroso, cosa potrà mai trasmettere se hai passato gli ultimi dieci minuti a ridere per colpa di una battuta in opinabile e assurdo italiano?

Insomma… e al pubblico chi ci pensa?!

Che sia giusto o meno continuare a sostenere di stare agendo per la fedeltà interpretativa, come fa Cannarsi, ebbene Netflix al pubblico ci ha pensato eccome. Con un inaspettato colpo di scena l’adattamento di Cannarsi di NGE viene cancellato con la promessa di riadattare e ridoppiare gli episodi.

Cannarsi

YouTube più di altri mezzi ha avuto il suo ruolo significativo. Live su live, lettere aperte degli influencer e video d’opinione, coinvolgimenti dello stesso Gualtiero Cannarsi lanciatosi (nulla da dire) coraggiosamente nella fossa dei leoni…  Tutto ha contribuito a far arrivare le voci di folla ancora più forti e chiare all’orecchio di Netflix.

Persino citando uno degli strafalcioni di traduzione di Cannarsi, la dichiarazione d’intenti di Netflix ha confermato tante cose per la sottoscritta come per altri nel web. Prima di tutto ho subito pensato “Oh Ifrit, non era MAI successa una cosa del genere!”, non per lamentele, non per altri motivi che non fossero economici. Insomma riadattare e ridoppiare tutto avrà i suoi costi che mai e poi mai mi sarei aspettata che una qualsiasi produzione volesse spendere, due volte. Sbalorditivo “segno dei tempi” quindi il fatto che Netflix abbia preferito il parere del pubblico a qualche soldino in più, di cui comunque non credo abbia bisogno. E tante altre sono le implicazioni di questi ragionamenti, di nuovo di natura economica: la classica questione della fidelizzazione del pubblico, di quanto è giusto ascoltarlo, di quando una particolare mossa è da considerarsi “paraculo” o semplicemente la cosa più giusta da fare… Per non parlare di altre produzioni che, da questo caso in poi, non possono che affrontare le questioni simili in modo completamente diverso: un precedente notevole quello di Netflix con NGE.

COSA VUOL DIRE TRADURRE E ADATTARE: OPINIONI DI ESPERTI FEDELI/INFEDELI

La “traduzione letterale” non esiste, è uno spauracchio da maestra di scuola media. Esistono traduzioni corrette, e indi fedeli, e traduzioni scorrette, per strafalcioni o invenzioni, e indi scorrette. Più una traduzione riesce a essere fedele, più è corretta. Perché è una TRADUZIONE: la sua fedeltà È La sua correttezza. È proprio così semplice, e tutto il resto non sono che fandonie e alibi e refugium peccatorum del non saper fare una traduzione CORRETTA. La lunga tradizione di patetici errori e ridicole reinvenzioni del nostro “glorioso doppiaggio” ne è la prova provata e fattuale.

Mario Maldesi, storico e illustre direttore di doppiaggio grazie a cui oggi possiamo goderci nella nostra lingua i meravigliosi insulti del Sergente Maggiore Hartman, parla così di fedeltà adattativa e del doppiaggio italiano. E non sarà il solo punto di vista di questa sezione, per chi volesse speculare con la riflessione più importante che può derivare dal caso Cannarsi. Ossia: cosa significa tradurre e/o adattare? Posso essere fedele e comunicare comunque al pubblico gli stessi messaggi, essendo questo pubblico completamente diverso dal target originale?

Cannarsi

Credo che le varie opinioni parlino da sé…

In realtà ben pochi di quelli che criticano gli animatori giapponesi sanno che essi sono in grado di produrre anche prodotti dolcissimi e di elevata qualità poetica, come Maple Town o Memole, serie i cui sfondi erano addirittura dipinti ad acquerello. Credo comunque che gli adulti abituati ai cartoni americani, facciano fatica ad apprezzare i cartoni giapponesi poiché questi ultimi danno molta più importanza alla qualità delle sceneggiature piuttosto che dei disegni: in altre parole, per coloro che sono abituati al linguaggio dei cartoni americani credo sia difficile comprendere il fascino delle serie nipponiche.

Bisogna fare una premessa fondamentale, che gli amanti dei cartoni animati giapponesi, cioè coloro che […] hanno dai 18 anni in su, dovrebbero farmi il piacere di capire: le trasmissioni all’interno delle quali gli anime vengono mandati in onda sono destinate a un pubblico da 6 ai 14 anni, e tutte le nostre scelte, sia in termini di tipo d’acquisto da operare che per quanto può riguardare eventuali tagli o cambiamenti di nome, sono fatte in funzione di questo pubblico specifico.

Alessandra Valeri Manera, giornalista e responsabile della programmazione per ragazzi di Mediaset, ancora oggi anche autrice di centinaia di testi per sigle di cartoni animati e canzoni per bambini.

Il più illustre, la cui scomparsa piangiamo ancora ogni sera.

Che cosa vuol dire tradurre? La prima e consolante risposta vorrebbe essere: dire la stessa cosa in un’altra lingua. Se non fosse che, in primo luogo, noi abbiamo molti problemi a stabilire cosa significhi “dire la stessa cosa”, e non lo sappiamo bene per tutte quelle operazioni che chiamiamo parafrasi, definizione, spiegazione, riformulazione, per non parlare delle pretese sostituzioni sinonimiche. In secondo luogo perché, davanti a un testo da tradurre, non sappiamo quale sia la cosa. Infine, in certi casi, è persino dubbio che cosa voglia dire –dire-. [… ]Supponiamo che in un romanzo inglese un personaggio dica “it’s raining cats and dogs”. Sciocco sarebbe quel traduttore che, pensando di dire la stessa cosa, traducesse letteralmente piove cani e gatti. Si tradurrà piove a catinelle o piove come Dio la manda. Ma se il romanzo fosse di fantascienza, scritto da un adepto di scienze dette “fortiane”, e raccontasse che davvero piovono cani e gatti? Si tradurrebbe letteralmente, d’accordo. Ma se il personaggio stesse andando dal dottor Freud per raccontargli che soffre di una curiosa ossessione verso cani e gatti, da cui si sente minacciato persino quando piove? Si tradurrebbe ancora letteralmente, ma si sarebbe perduta la sfumatura che quell’Uomo dei Gatti è ossessionato anche dalle frasi idiomatiche. E se in un romanzo italiano chi dice che stanno piovendo cani e gatti fosse uno studente della Berlitz, che non riesce a sottrarsi alla tentazione di ornare il suo discorso con anglicismi penosi? Traducendo letteralmente, l’ignaro lettore italiano non capirebbe che quello sta usando un anglicismo. E se poi quel romanzo italiano dovesse essere tradotto in inglese, come si renderebbe questo vezzo anglicizzante? Si dovrebbe cambiare nazionalità al personaggio o farlo diventare un inglese con vezzi italianizzanti, o un operaio londinese che ostenta senza successo un accento oxoniense? Sarebbe una licenza insopportabile. E se “it’s raining cats and dogs” lo dicesse, in inglese, un personaggio di un romanzo francese? Come si tradurrebbe in inglese? Vedete come è difficile dire quale sia la cosa che un testo vuole trasmettere, e come trasmetterla. – Umberto Eco (Dire quasi la stessa cosa – Esperienze di traduzione, Bompiani 2003)

Cannarsi

E poi c’è proprio lui, Gualtiero Cannarsi, che è giusto citare a sua volta anche per doveri di confronto e par condicio. Una citazione, tra l’altro, che tanto… troppo dice dei suoi lavori e che di seguito a Eco, mi spiace, sfigura un po’.

Oh, lo so che i miei dialoghi italiani, ancorché corretti in lingua italiana, possono suonare “innaturali” o “inusuali” alle orecchie di miei connazionali. Lo capisco. Non è una cosa che io ricerchi, persegua, o intenzionalmente operi. Non lo è mai stata e non avrebbe senso che lo fosse. Quello che io dico è che si tratta di un “effetto collaterale” all’operato di “fedele traduzione”. E credo sia un effetto collaterale comprensibile, non nefasto, necessariamente da accettarsi.

Perché? Perché, certo, un originale parla la sua lingua in forma e contenuto. Nel nostro caso, un originale giapponese esprime in lingua giapponese (forma) dei contenuti di lingua, pensiero, comportamento giapponese. La traduzione traduce la forma linguistica. Noi vediamo un’edizione tradotta in italiano in cui dei personaggi giapponesi parlano in italiano. Ma è un artifizio simbolico, chiaramente. Si capisce che “dentro alla loro realtà narrativa” nello spazio ontologico che è dietro la “quarta parete” quei personaggi stanno sempre e ancora parlando nella loro lingua, il giapponese nel caso, anche se noi li “sentiamo fittiziamente” tradotti e doppiati in italiano. Questo per dire che anche se la traduzione opera una trasduzione linguistica formale, il CONTENUTO della loro comunicazione linguistica non si traduce, né si adatta. Ovvero, i personaggi di un doppiaggio non dovrebbero “parlare italiano”, ma “parlare IN italiano” – ovverosia “dire le cose che dicono in quanto giapponesi esprimendole in un italiano corretto”.

E i giapponesi non dicono le cose che direbbero, in quelle stesse situazioni, degli italiani. A volte i giapponesi si scusano dove un italiano ringrazierebbe. Non è che “scusa” per un giapponese vuol dire “grazie”. No, no, in giapponese si può dire anche “grazie”. Ma se una persona chiede un favore, ricevendolo poi si scusa per l’incomodo arrecato, piuttosto che ringraziare. Questa è una differenza culturale. Come lo sono la sussistenza di molti registri linguistici impiegati nelle variazioni diafasiche, sicuramente molto maggiori dei nostri. Il modo di parlare rispecchia il modo di pensare e di percepire la realtà. C’è chi dice che imparando davvero una lingua straniera si impari a vedere il mondo e vivere in un altro modo.

La linguistica e il percettivismo cognitivo sono molto legati, lo credo davvero. E credo anche che non abbia alcun senso operare una “traduzione” che invece di presentarci i contenuti dell’originale li rielabora alla buona nei percorsi mentali del popolo che parla la lingua d’arrivo. Questa cosa, semplicemente, non serve. Mentre la traduzione altro non è che un processo di servizio, il cui prodotto è un falso bastardo senza alcun valore intrinseco se non il suo servire. A capire il contenuto linguistico, culturale, mentale dell’originale.

Dunque in questa idea di traduzione, la lingua d’’arrivo si mette al servizio, con tutte le sue possibilità, della lingua d’origine. Del contenuto, dell’espressione dei contenuti della lingua d’origine. Il compito della traduzione, anzi la sua unica ragion d’essere, è traslare, preservando, quei contenuti nell’esporli nella forma linguistica d’arrivo. Questo andrà comunque a ledere, a intaccare quei contenuti, poiché ogni lingua è invero un unicum di forma e contenuti, un sinolo, ma lo scopo della fedeltà della traduzione è minimizzare quella perdita.

Lo scopo della traduzione È la sua fedeltà.

Una traduzione o è massimamente fedele, o NON è una traduzione. Una traduzione o è fedele, o non è.

(ho concluso un po’ con uno stile a là Königsberg, me ne rendo conto)

In questo senso è comprensibile, accettabile e sinanco “normale” che una traduzione risulti sempre un po’ straniante. Perché produce una lingua “straniera tradotta”, non una lingua nativa. Se così non fosse, ci sarebbe di dubitare del suo valore. Ma ancora, non è niente di intenzionale. È un qualcosa di inevitabile, come spero di aver illustrato.

Cannarsi

Tanto si potrebbe dire, prima di tutto sulla comprensibilità di quanto detto sopra e quindi sulla riuscita nel suo intento di illustrare il suo punto di vista. Quello che Cannarsi sostiene, in soldoni, non è così campato per aria come non può che qualificarsi come opinione condivisibile e rispettabilissima. Eppure, sono profondamente convinta, e di nuovo a questo punto prendo posizione, che lui dimentichi o deliberatamente ignori una componente fondamentale, anzi il fine ultimo di un’opera, di una storia: la comunicazione di un messaggio. La traduzione, l’adattamento (cose diversissime per cui si potrebbero scrivere altri dieci approfondimenti infiniti) sono solo strumenti al servizio di questo fine, servizio che lui sì cita ma che non credo consideri il soggetto servito. Se il suo scopo è di aiutare a comprendere l’originale “suggerendo” il contenuto in italiano corretto non si può ignorare che oltre che corretto questo italiano dovrebbe essere comprensibile. Lui “ci prende in pieno” parlando di servizio ai contenuti da trasmettere ma cade in estremizzazioni del concetto di fedeltà che finisce per essere (nei fatti della sua traduzione) prioritaria rispetto al contenuto stesso.

Appunto “dire quasi la stessa cosa” ma a persone diverse richiede necessariamente elasticità di adattamento, cosa in parte espressa dalla Valeri Manera. Il fatto che il bidello dei Simpson in italiano abbia un accento sardo (parla scozzese nell’originale) è una scelta intelligente che benissimo rende l’intento contenutistico/di messaggio iniziale, ma è una cosa che sicuramente si può considerare “infedele”.

E per quanto auspicabile e sacrosanto, l’intento di fedeltà e aderenza all’originale non deve assolutamente inficiare questo scopo più alto di comunicazione. Non m’importa se si tira in ballo la natura di un lavoro meraviglioso, faticoso e per veri intellettuali, come quello dei signori sopra citati… la professionalità di questi ultimi non viene meno, anzi molti di loro (la buon anima di Eco sopra tutti) direbbe proprio che servire nel modo migliore tale scopo è senz’altro il più grande orgoglio e la vera riuscita del lavoro di un traduttore/adattatore.

Tengo a precisarlo, tutto quanto è opinione in questo approfondimento è il mio avviso e mio soltanto e non rispecchia necessariamente la posizione del sito… come nemmeno la verità scritta sulla pietra e consegnata come manna alle genti. Inoltre non è mia intenzione offendere o prendermela personalmente con Gualtiero Cannarsi, che è una persona di cultura e che lavora duramente, pagata per fare quello che fa. Le sue come le mie sono opinioni, no? E quindi sempre e comunque criticabili…

Inoltre credits alla pagina Facebook “Gli sconcertanti adattamenti italiani dei film Ghibli” per i meme.

Cannarsi

LASCIAMO IN PACE LUCKY RED: COME NON FAR SENTIRE IL PROPRIO DISSENSO

Veniamo infine a “cose fresche”, ad avvenimenti ancora in corso e alla crisi di nervi che sicuramente il social media manager di Lucky Red sta attraversando.

Molti degli anti-cannarsiani che hanno convinto Netflix non hanno perso tempo a rivolgere le stesse rimostranze anche verso Lucky Red, noto tramite italiano dei lavori dello studio Ghibli, a quanto sembra ancora in accordo con Gualtiero Cannarsi per gli adattamenti. Nulla da dire sul desiderio generale di avere delle traduzioni ben fatte di tali capolavori, eppure siamo sicuri che tempestare di commenti e meme la pagina facebook di Lucky Red sotto qualunque post anche il meno attinente sia il modo giusto di farlo?

E verrebbe da chiedersi: “perché proprio ora tutta questa tempesta?“. Come già accennato, la gente da anni pubblica meme su meme che ironizzano sui dialoghi di Cannarsi. Lo scontento è ormai di vecchia data. Il pubblico credeva forse di non venire ascoltato, per quanto continuasse a far sentire la propria voce? Lucky Red ascolterà dopo questo clamoroso precedente? Dovrebbe farlo?

Per chiudere questi interrogativi, credo semplicemente che il caso Neon Genesis Evangelion sia solo stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: il culmine della classica frase “e che **, a tutto c’è un limite!”.

Infine in difesa di Lucky Red, ma non di Cannarsi, intervengono i discorsi economici espressi all’inizio, ma a questo punto anche pratici da un punto di vista organizzativo e di tempistiche. Abbiamo anche una minima idea di cosa significherebbe, in questo senso, riadattare e ridoppiare TUTTO ciò che è stato il lavoro di Cannarsi per lo studio Ghibli? Insomma è un desiderio che anch’io condivido a gran voce, ma che ora come ora sembra più una mitica e forse improbabile eventualità più che un esito auspicabile delle nostre lamentele.

Se dovesse a un certo punto funzionare il metodo invasivo e pressante dei commenti mostrati, sono pronta a una smentita e preparo anche io qualche meme ad hoc per farmi sentire. Chiamatemi pessimista, oppure no, ma credetemi, la vedo davvero dura da vincere.

E, lo ripeto, il social media manager di Lucky Red mi fa davvero pena in questo momento…

Ringrazio per l’attenzione chiunque sia arrivato fino alla fine e spero di aver dato tanti spunti di riflessione, perciò fatevi sentire nei commenti! Anche se un pochitto preoccupata, sono pronta a lotte sanguinose a colpi di like e hashtag #freeghibli.

Cannarsi