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Un discorso accorato su questo 2018.

 

Alla fine di ogni anno è quasi tradizione tirare le somme. Nell’ambito nerd, si sa, questi numeri sono composti per la maggior parte da serie TV, videogiochi e film, che ci hanno tenuti incollati, chi più chi meno, davanti agli schermi di computer e televisori. Il 2018 non si può dire che non sia stato soddisfacente sotto questo punto di vista, come ad esempio con Happy o Maniac, e siamo tutti grati a mamma America per tutti i prodotti pregni di fantasia e creatività, che ci hanno permesso di staccare la spina di tanto in tanto. Ecco, però, dov’è che questo articolo inizia davvero: Cara Italia, cosa abbiamo fatto in questo 2018?

Parlando di film, e dando un’occhiata alla lista delle produzioni, i prodotti più frequenti sono le commedie. Basate sempre sulle stesse dinamiche da quasi trent’anni, sono anche quelle che hanno ritagliato più spazio tra il pubblico, grazie a continue e irriverenti pubblicità. Abbiamo avuto il debutto di Frank Matano con il suo “Tonno Spiaggiato” (passato abbastanza in sordina, ma di cui apprezzo almeno lo sforzo di portare una comicità leggermente diversa) e la trasposizione de “La Profezia dell’Armadillo”, distrutto completamente dalla critica internettiana. Unico merito magari va ad ADFMV, il film dei Jackal, che ha presentato una maniera modestamente innovativa di guardare la situazione italiana.

Tralasciando la commedia, però, la produzione italiana sorvola completamente zone grigie e altri generi, atterrando direttamente sul dramma, e qui potrei citare la storia di Stefano Cucchi, “Sulla mia pelle”, che ha incantato e fatto commuovere quarantenni e non per qualche settimana. E potrei continuare con “I villegianti” o “Una storia senza nome”, ma il solo ricordare questi film mi blocca la digestione. Tra gli horror abbiamo “Suspiria” (come produzione più importante, dato che, se c’è qualcosa di bello, c’è da andare a cercarlo con il legnetto) e un paio di thriller. Niente di più, niente di che, poiché almeno per quanto mi riguarda, gli altri sono tutti prodotti dimenticabilissimi. Facendo un’equazione, si potrebbe dire che la creatività e la fantasia sta alle produzioni italiane come la vita e la gioia sta a Silent Hill.

Passando alle serie TV, invece, quest’anno abbiamo visto la comparsa delle prime vere e proprie produzioni italiane sulla piattaforma probabilmente più utilizzata al mondo. Cosa? È presto detto: “Baby”, una serie che racconta del fenomeno di baby-prostituzione scoppiato nel 2014, “Rimetti a noi i nostri debiti” una storia di criminalità e di scelte di vita dovute alla sopravvivenza… e “Natale a 5 Stelle”. Un cinepanettone. Sebbene per le prime due la critica sia stata di pareri discordanti, regalando un po’ di dignità al Bel Paese, tutto decade con l’ultimo titolo sopracitato, sostituito dalla vergogna che provo nel vedere il faccione di Biagio Izzo accanto a quello di Ricky Gervais e Dave Chapelle. Probabilmente una tecnica di marketing, per avvicinare alla piattaforma più italiani, ma c’è veramente bisogno di portare una cosa del genere su Netflix?

I fratelli Vanzina. Ancora. Che odio.

Ad ogni modo la maggior parte delle serie TV, si sa, appare sulle reti televisive nazionali e qui si ritorna allo stesso discorso sull’ambiente statico della cinematografia, con l’unica differenza che, invece della commedia, qui l’argomento prediletto è la criminalità. Nell’ambito dramma, inutile citare “L’amica Geniale”, ad esempio, o “Rocco Schiavone”, o “La vita promessa”, seguite da un mare interminabile di fiction (di cui si dovrebbe fare una lista tendente all’infinito) ove tra crimine e amore si sciolgono la maggior parte delle famiglie nella nostra nazione, come nell’attesissima seconda stagione de “I bastardi di Pizzofalcone”. Qualunquista? Non direi, dato che osservando una qualsiasi lista -o anche gettando l’occhio ai vari palinsesti- tra i vari programmi di intrattenimento come quiz o cucina, c’è sempre qualcosa dei soliti generi.

Vogliamo infine dare un fondo a questo barile con i videogiochi? Parliamo del fatto che, nonostante al Gamescom di quest’anno abbiano partecipato circa una decina di studi di sviluppo, presentando una ventina di titoli, il Belpaese non venga mai messo in risalto, se non da pochissime testate. Uno scenario abbastanza nero, che a mio parere denota un ristagno notevole della creatività di cui il Made in Italy, da tempo immemore, dovrebbe essere portavoce. Quello che si presenta, almeno sotto l’aspetto nerd della popolazione, è una landa desolata, ove solo qualche fiore di tanto in tanto ruba l’attenzione. L’ultimo titolo di cui mi ricordo è Nero, del 2005-2006 .

Colpa forse di una società dalla mentalità troppo obsoleta? Colpa forse delle major, che preferiscono foraggiare aziende i cui profitti sono assicurati? O forse la colpa è del pubblico, che cerca sempre le stesse cose, donando così a registi e sceneggiatori ben poco su cui lavorare? D’altronde è logico: se il paese desidera e si fomenta sul “Capo dei capi”, è normale che nascano subito mille altri suoi figli, differenziati soltanto dalla regione di provenienza. O forse è soltanto sbagliato il modo in cui viene utilizzato ciò che abbiamo a nostra disposizione. E sappiamo tutti che non è poco. Sicuramente ci sono prodotti di pregio, come ad esempio “Dogman”, ma d’altra parte sono abbastanza sicuro che esso trovi spazio soltanto nelle reclame di pochi minuti di “Tutti al cinema”, tra la fine del telegiornale e l’inizio di Temptation Island.

Commentare titolo per titolo, evidenziando i loro errori e le caratteristiche che li rendono completamente e innegabilmente noiosi e ripetitivi, sarebbe troppo facile. Vorrei piuttosto soffermarmi sulla stretta al cuore -e anche ad altri posti- che avverto quando penso al fatto che non ci mancano (e non ci sono mai mancate) le idee, solo che non vogliamo metterle in atto. Anche perché, ripeto, non sembra esserci una vera e propria richiesta. Cosa accadrebbe se i canali social di queste società e persone, venissero inondate di messaggi, richiedendo qualcosa qualitativamente e ideologicamente migliore? Magari qualcosa che non punti necessariamente al facile guadagno?

Guardate Errementari: un film drammatico dai tratti fantastici, che ripercorre le vecchie leggende sul diavolo e sui demoni, o anche il sopracitato Maniac, che con un’infarinatura di anni ‘80 prende e fa suoi temi come la solitudine, il male di vivere e una sempre più radicata dipendenza dagli psicofarmaci, presentando una storia d’amore e d’amicizia, con risvolti fantascientifici. Sicuramente protagonista di certi racconti (nel caso di una nostra produzione) non sarà un premio Oscar, ma quello che altresì non ci manca sono i bravi attori. In un mondo che guarda oltre il visibile, l’Italia sembra fin troppo ferma a schemi e sceneggiature che, perché hanno funzionato 20 anni fa, c’è l’idea malsana che possano ancora tirare via applausi.

A mio parere non è la globalizzazione a cui si dovrebbe puntare, bensì all’universalizzazione, cercando di sviluppare storie appetibili grazie all’immaginario. Il fantasy, in fantascientifico, il non-sense, sono prospettive che andrebbero coltivate e che, magari miste alla nostra tradizione e millenaria cultura, potrebbero regalare prodotti di pregio immenso. Questo è un compito a cui anche noi tutti dovremmo ambire, grazie ai social, mostrando che è arrivato il momento di dire basta a tecnicismi per fare soldi facili e specchietti per le allodole. Sarebbe arrivato il momento di richiedere più “Lo chiamavano Jeeg Robot” e meno “Metti la nonna in freezer”.

Quest’anno la nostra Cara Italia ci ha deluso, ma con il giusto appoggio da tutti noi potrebbe far nascere qualcosa con cui andare fieri anche all’estero. Magari “Natale a 5 stelle” non è per forza un errore o uno sbaglio, forse è quello che serve per darsi una svegliata e iniziare a scrivere i buoni propositi per il 2019. Magari sotto forma di letterina, che ne dite?

“Caro anno 2019,

il tuo fratello più piccolo non ha fatto un buon lavoro con il mio paese, cibandosi per 365 giorni unicamente -o quasi- di cose importate. Vorrei tanto vedere un film comico senza Massimo Boldi o Enzo Salvi, per iniziare, e magari finalmente una storia di fantascienza tutta italiana, che alla fine non commuova o non miri a far piangere.

Abbiamo capito che l’Italia economicamente non se la passa bene, potrebbero però i film divertenti non basare quasi tutti la loro trama su di essa? Sembra di stare nella crisidella borsa del ‘29, solo che alla fine ci facciamo una risata, spendendo comunque 8 euro di popcorn. Per quanto riguarda Netflix, vorrei anche vedere qualche stand-up comedy italiana dato che, visto che i nostri comici migliori sono pressocchè sconosciuti, i diritti per tali spettacoli sicuramente costeranno meno della produzione di Natale a 5 Stelle.

In ultimo, se prometti di non far uscire l’ennesima fiction crimine-amore, prometto che tutte le domeniche andrò in chiesa. Magari solo quelle pari.

Tuo, Marco Carratore.”