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C’era una volta a… ed iniziò la fiaba.

È veramente difficile iniziare una recensione del genere, parlare di una pellicola così odiata e altrettanto amata. Naturalmente sto parlando del nono film del pluripremiato regista statunitense Quentin Tarantino, C’era una volta a… Hollywood (Once Upon a Time in… Hollywood in originale), debuttata in America il 26 luglio 2019 e giunta in Italia solo lo scorso 18 settembre e che fin da subito ha scosso la critica internazionale, come anche il pubblico, ricevendo da quest’ultimo diversi pareri contrastanti.

Andiamo quindi ad analizzare quest’ultima fatica del geniale autore, per vedere se è una mera delusione o il capolavoro che in tanti declamano.

Ovviamente, c’è il rischio di imbattersi in qualche, seppur marginale, spoiler. Pertanto invitiamo chiunque non abbia ancora visto il film, a non procedere oltre.

Un’Hollywood che muore, un’Hollywood che nasce

La pellicola tratta delle vicende dell’attore Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e della sua inseparabile controfigura Cliff Booth (Brad Pitt). Entrambi figure in declino, soppiantate dal crescente star system, cercano di rimanere a galla, dietro lo sfondo di una Hollywood morente, pronta a rinascere sotto la guida di nuovi artisti, come Peckinpah, Altman, Coppola e Scorsese.

Un’odissea che viaggia per le terre mitologiche della fabbrica dei sogni, dove entriamo a contatto con tutte le peculiarità di quell’epoca, dagli hippy ai membri della Manson Family, passando per Sharon Tate (Margot Robbie), fulcro primordiale della storia. E proprio da lei che iniziamo ad analizzare la pellicola nelle sue molteplici chiavi di lettura, tutte metacinematografiche.

In C’era una volta a… Hollywood, realtà e finzione si mescolano, confluendo in un unico macromondo filmico, nel quale, come in vorticoso sogno, non si può e non si deve riconoscere la vera realtà. Poiché è alla fine questo, il tanto decantato metacinema tarantiniano: un film, nel film, nel film. Tarantino infatti, ci ricorda costantemente che questa è uno’opera di finzione e che, da un momento all’altro, potrebbe entrare egli stesso nel set a dare indicazioni agli attori.

A testimonianza di ciò, troviamo per l’appunto Sharon Tate, personaggio alquanto passivo, che, in una scena in particolare, decide di andare al cinema a vedere un suo stesso film. In ella, infatti, Tarantino versa tutto se stesso, un’incarnazione del suo cinema che dura e perdura attraverso i decenni, uno sguardo al passato (l’originale Sharon Tate nel film dentro al film) per un pensiero futuro, un’altra decisiva presa di posizione sulla Storia, per mandare un chiaro messaggio: il cinema classico non è morto in quella tragica notte, esiste e resiste ancora, e Tarantino lo ha reincarnato nella Tate, che guarda divertita e allo stesso tempo incuriosita le reazioni del pubblico.

Contemporaneamente, vediamo il lento ma inesorabile declino degli stilemi della vecchia Hollywood, simboleggiato dalla crisi di Rick Dalton, perfetto esempio di un attore, che si vede velocemente soppiantare in quel momento di tanto fervore per il cinema americano. Salvo poi ritrovare la sua dimensione nei b-movie italiani, abbandonando il palcoscenico con dignità. Dignità, resa magnificamente nell’ultima, felliniana scena, dove, finalmente, il nostro protagonista incontra la Tate, che aspetta un bambino: il cinema vecchio e obsoleto, che stringe la mano a quello nuovo, tarantiniano, pronto a rinascere sotto forma di bambino.

Tarantino e non Tarantino

Effettivamente non sono stati in pochi a definire C’era una volta a… Hollywood una pellicola che devia dai canoni della filmografia di Tarantino: vengono a mancare, infatti, la violenza e gli innumerevoli spargimenti di sangue, tranne che nel finale, peculiari nel cinema dell’autore statunitense. Questo perché entriamo in un nuovo ambito emozionale ed introspettivo, che ci proietta in un tempo e una dimensione che non esistono più: la regia, pertanto, non è quella che ci si aspetterebbe in una delle classiche pellicole tarantiniane.

Infatti, troviamo la completa assenza delle ocularizzazioni interne primarie (soggettive), come d’altronde la quasi mancanza di lunghi flashback esterni alla narrazione, che avevano tanto caratterizzato il Tarantino del periodo Pulp. Dall’altro lato, però, subentra il metacinema: come per la sceneggiatura, anche per la regia, il vero e il falso si fondono con un semplice schiocco di dita, entriamo e usciamo dal film nel film così facilmente che stentiamo a riconoscere quando è finzione e quando è finzione nella finzione. Uno studio dell’arte di fare cinema che mette in discussione ciò che vediamo e che ricorda molto L’altra faccia del vento di Orson Welles, o il più moderno L’uomo che uccise Don Chisciotte, di Terry Gilliam.

Abbiamo, quindi, una completa rivoluzione dal punto di visto tecnico, una direzione registica che muta a seconda delle esigenze, in questo caso quella di raccontare un cinema antico, mantenendo eterno il suo fascino. Sono molti gli esempi: dalla camera che indugia sulla scritta “Cielo Dr.”, come nel più classico dei western, al dettaglio degli stivali della “giovane” collega di Rick Dalton, che ricordano molto quelli di un pistolero che si riposa, in procinto di un duello; una fotografia che va a scontrarsi e poi incontrarsi con la tradizione del postmodernismo di Tarantino, uno studio minuzioso dei dettagli che citano i grandi cult dell’epoca, e gli artisti che li hanno realizzati.

Perché alla fine il lupo perde il pelo, ma non il vizio, ed il geniale cineasta cita, omaggia, si cita e auto-celebra, in una meravigliosa danza, fuori dal tempo e dallo spazio, tutta fatta per gli occhi più attenti.

“Tu sei Rick Bastardo Dalton!”

C’era una volta a… Hollywood è indubbiamente tra i film di Tarantino con il cast più notevole: oltre ai già citati protagonisti, Leonardo DiCaprio, Brad Pitt e Margot Robbie, spiccano i nomi di Dakota Fanning, Luke Perry, Al Pacino e Russel Crowe, quest’ultimo in veste di solo narratore.

Peculiare è la tematica del doppio, ovvero l’opposizione tra le due facce della stessa medaglia, tra attore filmico e attore profilmico, incarnata magnificamente dagli interpreti, in particolar modo da DiCaprio. In due scene specifiche, infatti, vediamo Rick Dalton alle prese con un episodio di una serie televisiva western (Lancer), dove inizialmente, a causa di una sbornia, fatica a ricordare le battute, finché non riesce, grazie ad un duro esame di coscienza, a dare un’ottima performance, ricevendo i plausi da tutta la troupe. In questa sequenza, noi non vediamo DiCaprio recitare in un western, vediamo Dalton farlo: l’attore losangelino, infatti, è stato abilissimo nell’entrare ed uscire più volte dal personaggio della serie, rimanendo allo stesso tempo all’interno di quello della pellicola tarantiniana. Le conseguenti rotture della quarta parete, quindi, vengono finemente celate dalla brillante metacinematografia.

Una menzione d’onore va anche all’ottima interpretazione di Margot Robbie, che, nonostante il suo personaggio comparisse solo poche volte, ne ha saputo arricchire saggiamente la psiche, donandole anche un tocco di frivolezza, che è l’emblema del cinema classico hollywoodiano.

In sostanza, C’era una volta a… Hollywood è un film assolutamente imperdibile: ben scritto, ben girato, ben recitato, è la perfetta fusione del cinema classico con quello tarantiniano. In esso, infatti, il regista di Knoxville versa tutta la sua poetica cinematografica, con piccoli riferimenti alle sue precedenti pellicole, che non si scontrano con le citazioni e gli omaggi ai cult dell’epoca, ma anzi confluiscono in un unico, armonioso flusso di coscienza che viaggia attraverso le epoche, mantenendo allo stesso tempo i piedi per terra. Tarantino ci racconta una storia, o per meglio dire, dei personaggi, che interagiscono in un clima di declino e decadenza al confine ultimo di un’era, che lascia il posto ad un’altra. Quella del cinema moderno, e degli artisti che avranno il compito di pascere la Nuova Hollywood, rinata in veste di bambino.