Tempo di lettura: 3 minuti

La scelta, l’emozione, la rivoluzione…

Ma gli androidi fanno Sogni Quantici?

E questo gioco di parole richiama direttamente la mia recensione di Detroit: Become Human, titolo sviluppato da Quantic Dream del 2018, il mio (forse scontato…) Game of the Year. Perché ripetermi? Immagino che la riflessione che subito mi sento di fare sia legata alla sua natura narrativa. La frase è la prima che quindi torno a scrivere, non solo per i richiami che fa (appunto a Blade Runner e simili) ma per le tematiche che vuole toccare.

Non tanto per gameplay o meccaniche, quanto per ciò che innesca nella mia “mente sci-fi malata” e fissata con i replicanti, l’esperimento roleplay tra i più profondi e intricati mai fatti non poteva non diventare il titolo che più ho amato giocare quest’anno. Tecnologia e grafica alla base sono da capolavoro, musiche e sound design altrettanto. Eppure la cosa che emoziona è la più basica e semplice possibile, un qualcosa che potrebbe toccarti anche in grafica 8-bit, in bianco e nero o come avventura testuale. E sto parlando di una domanda: chi siamo noi? Cosa costituisce un essere umano come tale, una vita?

In quanto gioco autoriale e con una scrittura che tanto si identifica con il suo autore, credo che l’opera più riuscita di David Cage volesse fare appunto tali riflessioni. Tipiche o meno della fantascienza classica, forzatamente (forse) troppo vicine le tematiche a quelle della letteratura o del cinema, Detroit riesce benissimo in questo intento. E dopo averlo rigiocato ed essermi interrogata sono giunta alla conferma per me definitiva di questa riuscita… Subito dopo mi sono chiesta il perché. Perché, almeno per quanto mi riguarda, Connor, Kara e Markus sono riusciti così tanto a dirmi qualcosa di profondo?

Rispondere parlando di interattività e coinvolgimento nel racconto, forse sarebbe solo in parte giusto. Quella è la minima cosa che un gioco ben fatto si propone e molti giochi riescono a farlo (grazie al cielo, al mio portafoglio e alle ore spese con un controller in mano…). Un titolo che viene in mente al volo quando penso a questo tipo di interattività è Dragon Age: Inquisition (2014), tutta la saga se vogliamo. Sono prodotti diversissimi, uno fantasy classico e l’altro fantascientifico classico. Uno fatto di spadate e livelli, statistiche e romances più o meno proponibili, l’altro di sparatorie a rallenty, inseguimenti sui tetti di grattacieli e assoli di pianoforte con il tramonto sullo sfondo. Ma entrambi mi innescano le stesse cose. Questi giochi parlano di natura umana, di potere, di politica, di amore e di morte e lo fanno appunto coinvolgendo in egual misura.

La chiave della riuscita narrativa e riflessiva di un titolo come Detroit: Become Human è dunque nella scelta. In generale in innumerevoli giochi si fanno delle scelte. Si sceglie di condannare o risparmiare, di andare stealth o “spaccando tutto”, di farsi aiutare o sbrigarsela da soli. Detroit più di tanti altri giochi quest’anno mi ha fatto capire quanto fosse importante per me la scelta in un videogioco. E finché non ci si sofferma davvero si trascura un po’ questo elemento.

Per la mia personale esperienza di videogiocatrice, scegliere è importante non perché mi faccia sentire libera di divertirmi come mi pare (quello anche e non tanto per giochi prettamente narrativi). Diventa fondamentale perché amplia talmente tanto la prospettiva su quello che stai giocando che più di qualunque altro mezzo narrativo, secondo me, fa comprendere cosa davvero volesse comunicare chi ha concepito/scritto quell’opera.

Succede anche nella vita stessa: “e se avessi scelto di svoltare a destra invece che a sinistra, cosa ne sarebbe della mia vita adesso?“. Se rifletto su una frase classica del genere e vedo varie possibilità e angolature, ho una comprensione del percorso praticamente al suo massimo possibile. Cosa ancora più bella, ho una comprensione di cosa devo imparare da tale percorso e dalle cose che mi sono successe (pur non potendo tornare indietro e ripetere, come in un gioco).

Per quanto poco ci voglia per arrivare a conclusioni simili, grazie a Detroit: Become Human (a Dragon Age e altri) ho capito, forse, quali sono i giochi che preferisco. David Cage, con quattromila pagine di sceneggiatura e i  suoi diagrammi ad albero intricati ma leggibili, ha spinto questo meccanismo interattivo-narrativo all’ennesima potenza. Non esente da difetti (anche gravi e vi rimando alla recensione se siete curiosi), la storia di Detroit rimane dentro insieme alle migliori trame dei videogiochi e si ritaglia il suo posticino. Il gioco si proponeva di innovare e costituire chissà quale enorme svolta e seppur non riuscendoci esattamente, ha saputo almeno fare tutto questo… per me. L’unico GOTY che potessi scegliere.

Clicca qui per leggere la recensione di qdss.it di Detroit: Become Human!