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Cronache di una laureanda in…giochi

Disclaimer: questo articolo non tratterà di modalità di iscrizione alle università, costi della vita all’estero, lavori per studenti, supporti economici, burocrazia e altri dettagli tecnici e pratici della vita da studentessa di game design che possono essere facilmente reperibili con una ricerca individuale su appositi siti. Ritengo giusto dare spazio esclusivamente alla descrizione del mio campo di studio, alla chiarezza sul suo contenuto e alle aspettative da avere e non avere quando si desidera intraprendere un percorso di studi simile al mio. Ricordo inoltre che il mio entusiasmo e le mia “buona parola” sulla mia scuola non devono essere considerati una forma di promozione, né un invito esplicito a prenderla in considerazione come futuro accademico. Questo percorso ha funzionato in modo splendido per me, ma come si suol dire: la scarpa che calza perfettamente a me potrebbe non calzare ad altri 🙂

E io chi sarei?

Io sono Sarah! Mi sono laureata in Scienze umanistiche per la Comunicazione all’Università di Firenze nel 2016 (una laurea triennale comprensiva, fra le altre materie, di storia dei media creativi quali cinema, teatro e televisione; teoria dei processi comunicativi; linguistica generale; laboratorio di informatica e di italiano scritto). Sicura di voler intraprendere anche un percorso di laurea magistrale, ho cominciato a guardarmi intorno: la comunicazione era un campo che avrei portato avanti volentieri, specialmente sul fronte dei media artistici…tuttavia, un esame svolto durante i miei studi mi aveva lasciato un piccolo ma solido chiodo fisso in testa: storia della radio e della televisione. Durante lo studio dei “game show” televisivi, un capitolo del libro era stato dedicato al concetto di “gioco” (non digitale), e alle prime teorie e studi elaborati sull’argomento, che mi hanno semplicemente catturata. Ho iniziato quindi a cercare un corso di laurea inerente all’argomento, dapprima in Italia. Non sono tuttavia riuscita a trovarne uno che soddisfacesse gli argomenti a cui ero interessata, né le modalità di insegnamento. Se c’è qualcosa che lo studio dei processi comunicativi mi ha insegnato, è che è qui doveroso un secondo disclaimer: non è mia intenzione sminuire alcun corso di game design presente nel mio paese di provenienza, bensì puntualizzare che per i miei interessi nessuno di questi era l’ideale. Stuzzicata quindi anche dall’idea di studiare in un altro paese e in un’altra lingua, desiderio da sempre chiuso in un cassetto, comincio a cercare corsi all’estero dopo aver passato un anno a lavorare. Dopo attente valutazioni e un paio di candidature mandate come piano di riserva (e che sono state accettate!), mando la mia lettera di motivazione e il mio curriculum universitario alla IT University di Copenhagen. Il corso di laurea magistrale è “Games”, e sembra essere comprensivo di tutti gli argomenti che mi interessano: giochi, videogiochi, giocattoli, con insegnamenti teorici da applicare nella pratica. Diviso in due percorsi, Game Design e Game Technology (riservato agli studenti con una laurea in informatica), mi candido per Design. Spero con tutto il cuore di essere accettata, e aspetto tre mesi…

E adesso sono qui, dopo un anno e sette mesi, soddisfatta in un modo che le parole non possono descrivere, con un tirocinio da game designer alle spalle, risultati eccellenti, insegnanti più bravi e professionali mai avuti nel mio percorso formativo, e una tesi da scrivere per concludere il mio percorso!

Cosa NON studio

Arte e programmazione. Prima di continuare, ritengo giusto “stoppare” tutti gli interessati al game design che pensano o credono che le competenze fondamentali da acquisire siano quelle del comparto artistico (grafica, arte 2D e 3D), e tecnico (programmazione) della produzione di videogiochi. Competenze di certo utili da possedere, ma non necessarie quando si parla di game design.

La progettazione delle meccaniche di gioco, delle sue dinamiche, delle relazioni fra gioco e giocatore, dell’interfaccia e della logica che regola un gioco o videogioco (insomma: il game design) non include la realizzazione pratica di personaggi (qualora presenti!) e ambientazioni – compito degli artisti, che solitamente hanno studiato in scuole d’arte e di grafica – né la programmazione del gioco, di cui si occupano profili con background informatico. Il mio corso ha fornito conoscenze base di programmazione ai designer, insieme a dei crash course su Unity, che tuttavia – nel mio caso – ho avuto ben poche occasioni di mettere in pratica, trovandomi a lavorare con programmatori ben più veloci ed esperti di me: gli studenti del percorso technology.

Consiglio caldamente, inoltre, di non pensare al game designer come alla “figura del creativo sognante che si siede alla scrivania e inizia a scrivere delle belle storie da raccontare attraverso il medium videoludico”. La narrativa non fa parte delle componenti fondamentali che fanno del gioco e del videogioco ciò che sono. Certamente si tratta di un elemento ricorrente, specialmente nei videogiochi, e si può affermare che in generale di storytelling interattivo può occuparsi il game designer in assenza di narrative designer/storyboarder, ma non si tratta del suo compito principale.

Open House alla IT University di Copenhagen: sono stata scelta come studentessa responsabile di presentare il corso di laurea

Cosa studio

Ciò che studio e ho studiato è utile a formare futuri game designer, tuttavia non è l’unico sbocco lavorativo che il corso offre. Voglio iniziare con la parte più teorica del contenuto del mio master degree (l’equivalente italiano della laurea magistrale della durata di due anni: da non confondere con il “master italiano”, che solitamente dura un anno o meno). Così come esistono ricerche, articoli accademici e pubblicazioni cartacee su qualsiasi campo artistico – cinema, architettura, letteratura, pittura, musica…- ne esistono svariate anche sui giochi. Si tratta dei Games Studies, teorie elaborate da accademici di diverso background (sociologia, letteratura, semiotica, informatica) sui giochi, videogiochi, sulla “giocosità” (in inglese “playfulness”), sui giocattoli. Qui sotto tre argomenti di cui – fra i tanti – trattano i games studies, insieme a delle letture consigliate alla fine dell’articolo per dare agli interessati un’idea di quale (e quanto!) sia il lavoro accademico relativo al gioco di cui molto spesso viene ignorata l’esistenza. (La pillola della lingua non può essere indorata: bisogna saper parlare e scrivere in inglese per studiare game design all’estero!).

  • Narrativa nel gioco digitale: alcuni accademici sostengono che il videogioco sia il mezzo di comunicazione meno indicato per veicolare una storia, altri hanno invece elaborato teorie su come sia possibile raccontare attraverso il gioco digitale, prendendo a supporto le teorie di Aristotele sulla struttura narrativa e altri studi condotti da narratologi classici.
  • Teorie sul gioco prima dell’era digitale: da Roger Caillois e le sue quattro tipologie di gioco (classificazione che, seppur datata, gode ancora di una buona considerazione) a Johan Huizinga con Homo Ludens. Sono loro i primi ad aver dato delle definizioni di “gioco”.
  • Spazio e tempo nel videogioco: dalla percezione che di essi hanno i giocatori durante l’esperienza al loro impiego nel Level Design del gioco digitale

A noi studenti viene chiesto di accompagnare OGNI progetto che realizziamo (prototipi di videogiochi, videogiochi completi, giochi analogici, giocattoli, applicazioni playful) a una decina di pagine di riflessione teorica sul nostro lavoro: quali decisioni di design abbiamo preso e perché, su quali teorie e studi esistenti abbiamo riflettuto durante la lavorazione e realizzazione del nostro progetto, e infine ci viene chiesto di elaborare una nostra personale teoria su un argomento in particolare, sia che essa derivi da test e prove pratiche (raccolta di dati statistici, beta testing, questionari) che dall’impiego di altra teoria (sì, Aristotele compreso!).

Parliamo adesso del lavoro pratico. Per la maggior parte dei lavori realizzati sono stati da noi formati dei gruppi di lavoro in cui ognuno degli studenti ha ricoperto un ruolo differente, a seconda della tipologia di progetto: io sono stata narrative designer, game designer (nei ruoli di level designer e lead designer), e responsabile del marketing, e anche “artista 2D” per necessità, nonostante non sia ferratissima nel disegno digitale. Le materie in cui abbiamo realizzato progetti materiali sono state diverse e specifiche, da Game World Design – la creazione di un mondo di gioco – a Play Design – ramo dell’interactive design che guarda al di là del concetto di gioco quando si discute di play e playfulness (in inglese si può “play”, ma non necessariamente si “play a game”) invitando a realizzare applicazioni, giocattoli e prototipi digitali che non fossero videogiochi, ma che rendessero l’esperienza playful ai loro utenti (niente panico: mi ci è voluta ben più di una lezione per afferrare il concetto!). Questi due esempi sono volti a far comprendere quanto lo studio dei games sia comprensivo di concetti provenienti dai più svariati campi di studio: per citare Jesse Schell nel suo The Art of Game Design, un game designer “ideale” dovrebbe avere conoscenze di architettura, antropologia, comunicazione, economia, matematica, musica, psicologia…(e l’elenco va avanti!). Questa è anche la ragione per cui il mio corso di studi non prevede una triennale in Giochi e game design: gli insegnanti desiderano che gli alunni si specializzino prima in…qualcosa. Arrivare a studiare game design con un background accademico già formato che possa incontrarsi con tante altre provenienze e conoscenze forma il team di lavoro perfetto: creativo, preparato e più efficiente e incline al problem solving (skill fondamentale per un game designer!). Saper creare connessioni esterne con qualsiasi altra forma d’arte e campo scientifico è fondamentale per questo tipo di studi. Il consiglio è, in generale, quello di seguire un interesse o una passione (non necessariamente in università!) che, una volta portata dentro al campo del game design, non potrà che beneficiare al team di sviluppo e alla creazione del gioco. Nel percorso “Design” del mio anno ho incontrato persone con lauree in letteratura inglese, storia dell’arte, musica, sociologia…incontri che, insieme agli studenti del percorso “Technology”, hanno portato a risultati più che soddisfacenti!

Il nostro progetto di Game World Design, “Yoko” – un mondo fatto di carta e ricordi, situato dentro il diario di un’anziana signora giapponese

Conclusione

Consapevolezza. Questo è l’ultima delle parole chiave che vorrei lasciare come consiglio più importante. Nonostante studiare game design possa sembrare divertente dal momento che i prodotti che arrivano da quel campo sono divertenti e considerati “puro intrattenimento”, sconsiglio di valutare la scelta di intraprendere un percorso di studi o una carriera nel settore lasciandosi trasportare dal semplice entusiasmo da gamer. Io amo il cinema, tuttavia non ho il desiderio di diventare regista, attrice o sceneggiatrice; io amo l’arte visiva, ma non ho alcun interesse nell’imparare a dipingere, scolpire o realizzare grafiche; io amo il gioco E ho il desiderio di lavorare in questo ambito, studiandone le teorie che lo riguardano e imparando a metterle in pratica. Quello di fare un elenco delle nostre passioni per decidere quale veramente vogliamo rendere “attiva” e non soltanto “passiva” tramite la sua fruizione è un esercizio spesso utile (almeno per qualcuno!). Altro tipo di consapevolezza è quella da avere quando e se si sceglie il tipo di formazione, e per quale ruolo: il mio corso, per esempio, NON è adatto ad aspiranti compositori e artisti (disegnatori), e fa al caso dei programmatori solo se si sceglie il percorso giusto. Nel mondo esistono ormai diverse istituzioni dedicate al game design: scegliete quella che, molto banalmente, “fa al caso vostro”, ma non limitatevi a cercarne due o tre. Cercatele tutte. Esistono pratici siti web che selezionano per argomenti, costi e paesi tutti i corsi e corsi di laurea del mondo. E anche se per qualsiasi motivo – pratico, economico o di altra natura – non vi è possibile intraprendere questo percorso: sappiate che non è una questione di “quando”. Io stessa ho passato un anno a prepararmi (su tanti fronti!) all’espatrio. Il percorso universitario che ho fatto in un altro paese, entrando a contatto con persone e situazioni completamente nuove mi ha portato una soddisfazione a livello personale che non baratterei mai con nessun tipo di studio individuale; tuttavia sappiamo tutti – sarebbe stupido negarlo – quanto oggi sia più facile studiare un argomento per conto proprio rispetto al passato, diventando anche professionisti del settore. Per questo l’elenco di letture e link presenti in questo articolo è consigliato a tutti: interessati a iscriversi a un corso di laurea dedicato al game design, indecisi sul futuro, appassionati giocatori che non hanno interesse a passare dal lato della creazione di giochi ma sono curiosi, e anche a chi desidera (o non ha altra scelta) studiare l’argomento in totale autonomia.

Ci sono domande? Fatele nei commenti e farò del mio meglio per rispondere!

Letture consigliate ad appassionati, curiosi e aspiranti game designer: