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Un tuffo nel mondo dei “Real Marvels”

 

Di recente su Netflix mi sono imbattuto in due film, che mi erano stati raccomandati da parecchio tempo: Split e Unbreakable. Inutile dire che li ho visti quasi tutti d’un fiato ed amati entrambi. Ciò che in particolar modo mi ha colpito è lo schiaffo finale di Unbreakable e il “mood” in cui Split riesce a farti affogare, con una tensione enfatizzata dalle doti di McAvoy. Come da titolo, ho guardato anche l’ultimo capitolo di quest’appassionante saga, finale attesissimo da molte persone, rimanendo incollato alla poltroncina per circa due ore.

Dalla regia di Shyamalan, il film si presenta come vero e proprio sequel dei film sopracitati, continuando a percorrere il discorso supereroistico intrapreso in Unbreakable, sviluppandolo in un contesto realistico. Film dai tratti psicologici, che affronta in maniera differente i super uomini di cui si parla tanto nei cine-fumetti, con una chiave di lettura probabilmente molto più terrena di un qualsiasi Avengers. Ma la domanda che affiorerà nella mente di tutti, una volta completata la visione, sarà quasi sicuramente: ha retto davvero il confronto? Vorrei rivederlo? Sono qui per rispondere ai vostri quesiti.

Così come dico sempre: state attenti. Cercherò di trattare questa recensione, e le discussioni che ne verranno, evitando per quanto possibile spoiler sulla trama. È possibile, però, che possiate incappare in un’affermazione o una precisazione che potrebbero anticiparvi parte della storia. Se avete terrore di perdervi la sorpresa anche per un solo secondo, vi invito a comprare subito un biglietto dal vostro cinema di fiducia, mangiare popcorn senza burro, e tornare poi subito qui.

Supereroi, Villains, organizzazioni governative.

Ci troviamo molti anni dopo gli avvenimenti di Unbreakable e qualche tempo dopo la comparsa dell’Orda, con un mondo che inizia a capire che, in vicoli bui e non, potrebbero nascondersi seriamente persone con abilità sovrannaturali, che sfidano la realtà per come la conosciamo. Cosa succederebbe se qualcosa del genere diventasse di pubblico dominio? Susciterebbe la speranza? Invidia? Adorazione di un potere superiore? O forse addirittura la creazione di vere e proprie sette, chissà. Sta di fatto che c’è qualcuno che vorrebbe mettere a tacere tutto questo.

Non possono esistere dei fra gli uomini, e forse non sono mai esistiti, dato che lo straordinario trio protagonista verrà messo di fronte alla logica e al buonsenso: “sono davvero poteri quelli che credete di avere?”. Personalmente, è un’interessante filosofia che ruota attorno alla trama ove, persone che per anni hanno compiuto imprese incredibili, si ritrovano a rimuginare sul fatto che, forse, è tutto frutto di immaginazione e causalità. A differenza però degli altri film, ho trovato quest’idea sviluppata in modo piuttosto approssimativo.

 

Nonostante ci venga fatto capire che, almeno due dei tre, siano ben consapevoli di quello che sanno fare, poche domande bastano a far vacillare questi esseri superiori, fino al punto di dubitare di loro stessi, per poi ricrederci dopo poco. A questo punto, se il fine ultimo è soltanto mettere a tacere certi eventi, perché prendersi la briga di svicolare la loro consapevolezza in modo così goffo? Avrei preferito che i nostri eroi e villain fossero messi davvero di fronte a delle argomentazioni difficili da contrastare, in modo che la presa di coscienza avrebbe avuto un senso più profondo.

Senza fare troppi spoiler, dirò che anche l’organizzazione pseudo governativa che dirige questi eventi è un risvolto stuzzicante… peccato che sia male organizzata. Dalle misure di sicurezza inefficaci, che sembrano voler far agire i nostri personaggi, invece di tenerli rinchiusi e sotto controllo, fino alle “prove” che dovrebbero far tentennare i nostri eroi. Con i tempi a disposizione, poteva essere spiegata molyo meglio l’entità di questo gruppetto governativo, e analizzato meglio il perché delle loro azioni e la loro storia. Rispetto agli standard degli altri film, si ha l’idea che vengano messe troppe sotto-trame in gioco, e benché non ci siano grossi buchi di sceneggiatura, alcune mancano di profondità.

Real Marvels

Citando un certo giornale che appare nel film, adoro associare questa particolare “categoria” ai nostri atipici supereroi e la crescita spirituale che attraversano in questo film. Ognuno con le sue convinzioni e con un obiettivo da portare a termine. Sebbene ci sia una confusione causata da un’origine poco approfondita, il viaggio interiore (specialmente per quanto riguarda l’Orda e David) getta una luce in più sull’universo supereroistico, portandolo ad un livello più elevato. Non è il solito discorso del diventare supereroe, è qualcosa di più profondo, che porta alla consapevolezza del dolore che un potere del genere accompagna.

Anche i combattimenti, registicamente molto credibili e con una buona coreografia, riescono a farci sentire tutta la passione e disperazione di una scelta così importante e di cosa comporta. Sia per quanto riguarda l’Orda che per quanto riguarda il nostro David. E per quanto riguarda l’Uomo di Vetro? Perfetta la rappresentazione della sua intelligenza oltre ogni pari, anche se quasi ai livelli di un cattivo da fumetto vero e proprio, più che da realtà. Ma per quello che vale, mi ritrovo nella stessa posizione di quando parlai di Thanos. Un gran bel cattivo.

Non solo le sue motivazioni si rivelano il motore dell’intera trilogia, ma anche la loro messa in atto rappresenta il momento del film in cui, come altri del maestro Shyamalan, non si può far altro che spalancare la bocca. A tratti forse c’è troppa intelligenza, ma quello che torna a far storcere davvero il naso è un approfondimento approssimativo della sua figura. Abbiamo visto soltanto qualcosa di Elijah in Unbreakable, ma Glass, che dovrebbe essere il suo capitolo e quindi sicuramente fondamentale, non è riuscito a cogliere l’occasione per mostrare di più.

Magari portando sullo schermo il dolore celato dietro la scelta di intervenire sul destino tramite degli attacchi terroristici veri e propri, la sua vita di studi e come ha fatto a divenire così calcolatore e furbo, nonostante la sua evidentissima malformazione. Purtroppo, questo non c’è, se non un flashback di qualche minuto. Ma anche tolto questo, rimane un cattivo di prim’ordine e tutto rispetto. Anzi, dispiace proprio quest’ultima parte. Non aver potuto vedere qualcosa di più.

Non solo trama e sceneggiatura

Registicamente Glass è un prodotto davvero pregevole, un’ottima fotografia che talvolta presenta belle sorprese, visivamente parlando. Come ad esempio le scene sott’acqua o in determinate conversazioni fra i personaggi (date un occhio alla scena della stanza rosa). La regia di Shyamalan regala splendide inquadrature, dominate da una certa prospettiva, e dalla presenza di molti chiaroscuri e silhouettes, evidenziando la presenza spaventosa, o anche solo imponente, di alcuni personaggi. Nulla da ridire sul suo lavoro.

Per quanto riguarda gli attori, di nuovo grande è l’interpretazione specialmente di McAvoy, che ancora una volta si presenta più che all’altezza del ruolo. Unica piccola pecca è la mole di personalità da interpretare. Probabilmente, con meno personaggi da portare alla vita, avrebbe saputo dare una caratterizzazione più complessa ad ognuno di loro, non nascondo infatti che i passaggi che ancora più suscitano in me stupore e meraviglia, sono fra le personalità principali, cioè quelle appartenenti all’Orda.

Parlando in ultimo delle musiche e delle ambientazioni, il centro riabilitativo rappresenta un’ottima scelta per un film del genere, riuscendo ancora di più a calare lo spettatore nel thriller un po’ psicologico, un po’ filosofico e in parte d’azione. Che ci sia anche una velata citazione alla fantomatica scuola per mutanti di Charles Xavier? Se osservate bene la struttura e gli esterni, la somiglianza è quantomeno innegabile. Le musiche sono per la maggior parte una mescolanza di più tracce giù usate come temi nei film precedenti, presentando però anche nuove sonorità.

I temi cupi, pieni d’acuti improvvisi e sinistri rumori si uniscono a tracce magari associabili ad un film degli Avengers, toccando note epiche e trombe che inneggiano alla qualità dell’eroe. Curate da West Dylan Thordson, il cui lavoro avevamo già ammirato in Split. Sotto il punto di vista tecnico si conferma come un film all’avanguardia, che sia sul punto di vista visivo che delle sensazioni riesce a coinvolgere chi sta guardando. Un più che sufficiente pieno, forse anche qualcosa in più.

 

Nonostante incappi in difetti di sceneggiatura, essi sono poco evidenti e -più o meno- dimenticabili. Un thriller psicologico che apre uno spiraglio mai visto sull’eroe e sul villain, presentando una bella storia (a questo punto) si spera auto-conclusiva. Da guardare? Da guardare. Meglio però se non troppe volte.

7.9

Trama

7.9/10

Sceneggiatura

7.8/10

Comparto Video

8.3/10

Colonna Sonora

7.5/10

Regia

8.0/10

Pros

  • Brillanti le interpretazioni, McAvoy spicca particolarmente
  • Ottima fotografia, mai noiosa e dalle belle tonalità
  • Atmosfere e musiche coinvolgenti
  • Una trama semplice dai risvolti interessanti
  • Un finale all'altezza di Shyamalan

Cons

  • Un buon cattivo poco esplorato
  • Qualche buco di sceneggiatura evitabile
  • Troppe interpretazioni affidate a McAvoy