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4 videogiochi ispirati all’horror…reale

Videogiochi dalle ambientazioni terrificanti, nemici raccapriccianti e linee narrative degne di un romanzo di Stephen King…conosciamo molti dei titoli appartenenti alla categoria survival horror, ma tendiamo sempre a pensare che il loro contenuto sia al 100% opera di fantasia. Talvolta, però, esiste un interessante 20/25% di materiale narrativo che arriva direttamente dal nostro mondo. È il caso di…

OUTLAST

Indie horror del 2013 sviluppato da Red Barrels, Outlast è diventato in poco tempo non soltanto un grande successo di mercato, ma anche la star dei video gameplay su YouTube poco dopo la sua uscita. Sicuramente suggestivo per la tipica ma sempreverde (letteralmente, data la modalità infrarossi della videocamera) località horror dell’ospedale psichiatrico abbandonato, il titolo presenta una narrativa piuttosto solida e dettagliata, talvolta intricata: un giornalista investigativo si intrufola (di giorno? no di certo!) nella struttura deserta – o quasi – a seguito di una email ricevuta da un certo “informatore” che ne denuncia le atrocità commesse all’interno. Sono proprio questi terrificanti esperimenti ad attingere a fonti reali, in particolare alla nanotecnologie e alle malattie mentali.

Le cartelle presenti all’interno dell’istituto presentano spesso descrizioni dei profili degli ex pazienti e talvolta degli stessi “nemici” che ancora si aggirano per i corridoi dell’edificio, rivelandone spesso non soltanto la malattia mentale di cui soffrivano (schizofrenia, disturbo bipolare) ma anche i trattamenti a cui venivano sottoposti come cavie da esperimenti riguardanti il campo della nanotecnologia. Ed è qui che la parte storica e scientifica (per quanto romanzata ed eccessivamente “sovrannaturale”) arriva dal mondo reale: uno dei personaggi, il dottor Wernicke, si rivela essere uno scienziato tedesco ex nazista portato negli Stati Uniti durante l’Operazione Paperclip (Seconda Guerra Mondiale). Il suo delirante progetto, che è in seguito “sfuggito di mano”, prevedeva l’assemblamento di nanomacchine tramite un potente macchinario costruito nei sotterranei dell’ospedale psichiatrico per portare alla creazione di un’entità maligna tramite il controllo di sogni dei pazienti mentalmente instabili. Praticamente incomprensibile? Sì, proprio come le nozioni scientifiche che andrebbero assimilate per capire al 100% l’intricata vicenda del gioco!

SILENT HILL

Per chi non conoscesse la città fantasma più famosa del genere horror: Silent Hill, dall’omonima serie di videogiochi Konami (1999-2012), è una cittadina abbandonata del Maine (Stati Uniti) costantemente immersa in una fitta nebbia, in cui piove cenere dal cielo. Gli sventurati protagonisti che la visitano – per motivazioni apparentemente casuali – scoprono ben presto che il luogo non è poi così deserto: mostruose creature modellate dagli incubi, dai ricordi e dalle paure dei personaggi si aggirano non soltanto per la “nebbiosa” Silent Hill, ma anche per la dimensione più cupa e disturbante della città, che si fa improvvisamente buia e cosparsa di sangue e ruggine al suono di un allarme che ne segnala il passaggio di stato. Una caratteristica che fa da segno distintivo alla località fantasma, fra le altre, è anche la sua bizzarra urbanistica…Silent Hill sembra infatti “proibire” la dipartita del giocatore grazie alle sue strade crollate in tutti i punti cardinali…

Centralia è invece una (reale) cittadina dello stato della Pennsylvania, negli Stati Uniti d’America. Dal 2013 meno di 10 abitanti la abitano, e il luogo è meta turistica frequentata per tutt’altro che piacevoli ragioni: negli anni ’60, infatti, un incendio scatenato da cause incerte (probabilmente una pila di rifiuti bruciata) nelle miniere si è rivelato impossibile da estinguere a causa della presenza di antracite nel sottosuolo. La sua costante combustione ha generato fuoriuscite di fumo dall’asfalto simile a nebbia, insieme a crepe e voragini nelle strade, conferendo alla cittadina un aspetto tetro e malinconico…vi ricorda qualcosa?

FATAL FRAME (PROJECT ZERO)

Una giovane studentessa che possiede l’abilità di captare eventi sovrannaturali decide di avventurarsi nel tetro Palazzo Himuro, teatro di frequenti sparizioni e omicidi, alla ricerca del fratello. Armata di una macchina fotografica ritrovata nella struttura, se la dovrà vedere con apparizioni spettrali e terrificanti. Fino a qui, il filo narrativo di Fatal Frame (Tecmo, 2001) meglio conosciuto in Europa come Project Zero, sembra in grado di dare vita a un semplice ma efficace universo narrativo adatto a un videogioco horror. E lo è di certo, anche perché…il Palazzo Himuro esiste davvero.

Si dice (senza averne la certezza) che in una zona boschiva in prossimità di Tokyo sia localizzata una delle strutture che ha ospitato gli omicidi più efferati del Giappone: la Mansione Himuro, o Himikyru. In particolare, il folklore vuole che la famiglia Himuro abbia partecipato per generazioni a un oscuro rituale shintoista. Per prevenire l’avvento del karma negativo sulla Terra, che si verificava alla fine dell’anno tramite un portale all’interno della casa, la famiglia sceglieva una cameriera destinata a essere oggetto del Rituale dello Strangolamento. Dopo essere stata tenuta lontana dal mondo esterno, così da non poter sviluppare alcun legame con il mondo reale, la sventurata veniva…squartata per mezzo di corde legate al suo corpo, attaccate a numerosi buoi o cavalli. Le corde immerse nel suo sangue avrebbero così chiuso il portale del karma negativo per altri 50 anni.

Tuttavia, in un quarto di secolo in cui il prossimo rituale si avvicinava, la giovane prescelta si sarebbe innamorata di un uomo che, una volta appreso il destino a cui la ragazza sarebbe andata incontro, uccise con le sue mani l’intera famiglia Himuro, compromettendo così il rituale (la cameriera, innamorandosi, era entrata in contatto con il mondo esterno) e finendo per togliersi la vita con la stessa spada con cui aveva compiuto gli omicidi.

Qualche idea del perché si dica che la mansione Himuro sia infestata?

KHOLAT

IMGN.PRO è una casa di sviluppo polacca che nel 2015 ha rilasciato il titolo horror Kholat: l’esperienza in prima persona vede il giocatore alla ricerca di nove studenti scomparsi sulle montagne russe in circostanze misteriose, con l’unico ausilio di una mappa (che non segnala la nostra posizione man mano che ci muoviamo nello spazio!) e una bussola. I rimandi a Slenderman (la ricerca di pagine e documenti per un luogo tenebroso), seppur involontari, si fanno sentire – tuttavia, esiste una differenza sostanziale: se l’alto uomo senza volto in giacca e cravatta è nato da una storia di finzione, Kholat si ispira a un fatto realmente accaduto.

Nel 1959, un gruppo di escursionisti dell’Istituto Politecnico si era accampato sui Monti Urali dell’allora Unione Sovietica (Russia), precisamente sul Kholat Syakhl (“Montagna morta”), in un punto che oggi prende il nome di Passo di Dyatlov, dal nome del leader del gruppo Igor Dyatlov. Durante la notte, i nove si erano – per una ragione ancora oggi ignota – allontanati velocemente dal loro accampamento, con abbigliamento non adeguato alle alte temperature all’esterno delle tende. Sei di loro morirono per ipotermia, mentre i corpi degli altri tre riportavano dei traumi fisici, tra cui un cranio fratturato e…lingua e occhi rimossi. Alcune delle teorie che cercano di dare all’accaduto una spiegazione realistica includono: valanghe, attacco di animali feroci o imboscata militare.

Ma un videogioco su tale evento non poteva che prendere la strada del sovrannaturale!