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Di Barbie, “normalissime ragazze” in rosa e licei americani come giungle

Ciò che comunemente possiamo definire trash ha una gamma di sfaccettature più variegata di come pensiamo, esiste una varietà all’interno della leggerezza poco impegnata e rasentante l’inutile (per non dire idiota) che comunque riesce a dire qualcosa o semplicemente a divertirci così tanto da annullare tutto il resto. Ecco, Mean Girls, film del 2004 (eh siamo vecchi lo so…) diretto da Mark Waters, è esattamente uno di questi casi.

Nulla di ciò che lo riguarda si può annoverare nella categoria del “buon intelligente cinema”. Non c’è regia di particolare fattura, né fotografia o montaggio, né chissà quali atavici profondi messaggi, se non “i licei negli USA sono davvero un incubo, se non sei una Barbie ringrazia di essere nata in Italia”. Eppure, c’è qualcosa da difendere all’interno di un prodotto del genere. La tipologia di trash di cui sopra, specialmente fino a una quindicina di anni fa, ha sempre avuto modo di distinguersi dal demenziale totale becero o, addirittura, volgare.

Credo il segreto di tanta affezione da parte di un certo pubblico novantino e i vari tentativi di ri-esumazione e rivalutazione consista in due fattori principali: la recitazione e la scrittura. Anche queste due componenti non hanno niente di speciale, niente da Oscar, qualcosa comunque deve aver funzionato. Ben tre attrici che da lì avevano appena cominciato a farsi notare hanno poi intrapreso una strada piena di successi, Rachel McAdams, Lizzy Caplan e Amanda Seyfried. L’autrice è una comica/attrice di vecchia data del Saturday Night Live, Tina Fey, programma che, si sa, sforna sempre cose tanto sceme quanto intelligenti allo stesso tempo e molto meno banali di come appaiono in superficie.

In ogni difesa o “giustificazione del perché mi piace tanto una cosa così scema” è la trama che vince e si qualifica come l’argomentazione principale. È giusto quindi fermarci a raccontare per un momento. Una ragazza cresciuta con dei genitori ricercatori in Africa, torna negli States e frequenta per la prima volta nella sua vita la scuola pubblica… Ecco, interrompo per un’uscita da barbie-strilonza che vi piacerà.

Se non conoscete la trama di Mean Girls, uscite da quella caverna! Grazie.

Rimando al trailer per tutto il resto.

Tornando alla serietà interpretativa, che speravo di mantenere senza cadute, e a scrittura e recitazione…

La combinazione di questi due fattori ha creato il risultato che tanto ci ha fatto ridere, senza troppo riflettere. Mean Girls è uno spaccato di vita liceale americana in forma di caricatura, che paragona la giornata scolastica a quella di una giungla, che scatena un’improbabile guerra tra ragazze il cui unico pensiero è quale sfumatura di rosa sfoggiare e quanti ragazzi fare sbavare, ma che fa intravedere che deve esserci altro. Ci deve essere senso della lealtà e sincera amicizia, prospettive per il futuro, studio e realizzazione, lo sforzarsi di vedere sotto tanta scintillante plastica o l’aspetto sciatto o banale persone vere e dalle sensibilità più diverse.

Raccontando tutto questo con gag anche abbastanza classiche e una struttura narrativa lineare, riesce a farci ammazzare dalle risate anche quindici anni dopo.

Non fatemi passare per pazza… lo so che ridete sotto i baffi anche voi ripensando alla brillante carriera da presentatrice meteo di Karen e ai suoi seni sensitivi.

Le trovate, lontanissime dal definirsi geniali ma come minimo efficaci, non sono poche. Un imbarazzante spettacolino natalizio di studenti, feste in maschera degne dei drammi in stile Kardashians, inquietanti chiamate di gruppo (d’accordo… questa scena in particolare, secondo me, poco poco geniale lo è) e risse in cui sedicenni inferocite ringhiano come pantere. Tina Fey, che nel film interpreta anche un’insegnante, ha confezionato tutto cercando di essere il più originale possibile, di fare ridere sì ma anche di comunicare. La comunicazione classica alla SNL che entra in gioco solo dopo tanti ma tanti re-watch, dopo che le risate non ci sono quasi più e stai attento ad altro. Semplice, non particolarmente profonda, ma pur sempre di comunicazione si tratta.

So che Lindsay Lohan, molto più “gommata” e attempata ormai di una sedicenne tipo, e compagnia ci stanno pure provando a riproporre questa meraviglia. Immaginatelo: con social network, con gli, onnipresenti nelle serie teen, SMS di massa inviati a scuole intere (mi sono sempre chiesta il segreto puramente tecnico dietro queste uscite di vilipendio pubblico di qualcuno, con tanto di dita puntate e risate a rallenty). Credo non avrebbe assolutamente lo stesso effetto.

Mean Girls deve restare quello che è, nel suo cassetto delle “trashate sciocche o forse no” che ci portiamo dietro dopo un’adolescenza estranea al clima di terrore dei licei statunitensi. Resta lì per farci ri-fare ogni tanto qualche risata e credere di averli frequentati… Mi sento sempre così ogni volta. Una novantina che più che reduce di un liceo in stile 13 Reasons Why, viene da quello di Mean Girls e ha ancora impresse nei timpani le urla di Regina. Lei ha appena scoperto di essere ingrassata come un tacchino per colpa di barrette che credeva dimagranti, scrive furiosa in un album rosa e io rido ancora e mi spavento anche un po’.