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Il musical è quel genere teatrale o cinematografico in cui la narrazione e la musica si incontrano…ciò che i due campi non incontrano è però, molto spesso, il favore degli spettatori che – per sincero disinteresse o per forzato snobismo da “veri cinefili” – sembrano non gradire questo connubio.

Esiste un genere cinematografico che sembra provocare due reazioni estreme, amore o odio, più di tutti gli altri: il musical. C’è chi lo adora e ne conosce tutte le produzioni cinematografiche, c’è chi lo detesta senza riserve.

Origini e primi musical

Anche se l’origine del musical inteso come genere di spettacolo che combina canto e recitazione non può trovare una vera e propria origine (si fa solitamente riferimento a The Black Crook, rappresentato nel 1866 a Broadway, ma solo in quanto rispondente alle caratteristiche del musical odierno) quello cinematografico ha invece un titolo ben preciso che ne decreta l’inizio: The jazz singer, del 1927.  Il cantante di jazz è infatti il primo lungometraggio sonoro (ma non interamente parlato) e il primo lungometraggio musicale, dunque il primo musical cinematografico.

Caratteristica dei musical degli anni ’30, ’40 e ’50 – i tre decenni d’oro di questo genere cinematografico – è infatti la scelta di artisti a tutto tondo da inserire nel cast: nella maggior parte dei casi, gli attori provenivano dal teatro ed erano cantanti e ballerini professionisti. Basti pensare all’arcinota coppia Fred Astaire e Ginger Rogers, i due ballerini americani che hanno danzato insieme in moltissimi musical; i fratelli Marx che recitavano in quelle che erano definite “commedie” ma comprendevano sempre esibizioni musicali da parte di Groucho (canzoni), Harpo (arpa) e Chico (pianoforte); la protagonista Judy Garland e gli attori che interpretarono il Leone, l’Uomo di Latta e lo Spaventapasseri in Il mago di Oz (Over the rainbow è uno dei brani più conosciuti ancora oggi).

Dopo Cabaret (1972) con il premio Oscar Liza Minnelli ha inizio il declino del genere a causa degli eccessivi costi di produzione e della perdita di interesse del pubblico americano.

Negli anni ’80 e ’90 tornano le produzioni di film musicali, anche grazie al successo di film Disney in cui i personaggi cantano e ballano, come Il gobbo di Notre-Dame (1996), tratto proprio da un musical teatrale. Con l’arrivo del ventunesimo secolo il musical al cinema ha ormai incluso tutti i temi propri degli altri generi (atmosfere dark e horror in Sweeney Todd, Into the woods, il dramma in I miserabili).

musical

Io odio i musical!

Una delle principali ragioni per detestare il genere musical riguarda l’interruzione della narrazione cinematografica per lasciare spazio a danze, canzoni o entrambe. Non solo il passaggio da un linguaggio a un altro viene trovato inutile e irritante, ma questa scelta viene anche accusata di far perdere credibilità all’intero prodotto.

Forse esiste una “via di mezzo”, una possibilità per il musical di non rendersi così odioso: è il caso dei musical che parlano di musica. Nel caso in cui la tematica del film sia lo stesso linguaggio artistico adoperato per raccontarla, forse il connubio cinema-musica non risulta poi così strano. In uno dei più noti musical della storia, forse vero emblema del genere, Singin’ in the rain, il ballerino, cantante e attore Gene Kelly danza e canta sotto la pioggia nella scena madre. Il film del 1952 racconta di un attore alle prese con il passaggio dal cinema muto a quello sonoro (citando proprio Il cantante di jazz! ). Il sonoro, la voce, la musica e la capacità di trasmettere emozioni non più soltanto con una bella presenza scenica sono gli oggetti principali del lungometraggio. Tutte le canzoni sono perfettamente inserite nel contesto narrativo: in una si conosce il passato da ballerini e musicisti dei due attori protagonisti, in un’altra viene introdotta la protagonista femminile (che lavora appunto come ballerina e cantante: quale miglior modo per il suo debutto in scena?), in un’altra lo spunto per l’esibizione dei due attori viene dato da uno scioglilingua pronunciato dall’insegnante di dizione. In un’altra scena molto apprezzata dalla critica, Donald O’Connor, attore proveniente dal teatro vaudeville e abile ballerino e acrobata, si esibisce in Make ‘Em Laugh, spiegando all’amico che il miglior genere per conquistare uno spettatore cinematografico è quello comico. Stavolta sono addirittura la recitazione e il cinema a diventare i temi dell’esibizione musicale.

Non è un caso che anche gli altri musical più apprezzati e noti del cinema abbiano in comune il fattore “musica” come tema molto presente nella storia raccontata. In The sound of music (1965), noto ai più come una delle più sbagliate traduzioni di sempre Tutti insieme appassionatamente, la canzone e la musica sono ancora una volta co-protagoniste del racconto, stavolta come “collanti emotivi” fra la protagonista femminile e la famiglia – inzialmente ostile – per la quale si trova a lavorare.

Questi sono due esempi di musical che non peccano di spettacolarità forzata, eccessiva e considerata a volte (comprensibilmente) un po’ ridicola persino per lo stesso ambiente musicale che si sta cercando di creare – a meno che non si tratti di musical come The Rocky Horror Picture Show (1975), in cui pazzia, sregolatezza ed eccessi sono elementi fondamentali per la storia e l’universo raccontati.

De gustibus

L’imbarazzo di secondo occhio, possiamo così chiamarlo parlando di cinema, potrebbe presentarsi durante la visione di quei musical cinematografici in cui la presenza di canzoni e danze non ha una vera e propria ragione di esistere, oppure non è stata ben inserita nel contesto narrativo, rendendo ridicola una banale storia che poteva essere raccontata tranquillamente senza la presenza della musica. Forse quello che è necessario chiedersi prima di definire un musical “un brutto film” è proprio che cosa porti in più la musica e il perchè sia stata scelta come linguaggio oltre a quello cinematografico.

Detto questo, riconoscere che un musical cinematografico è un buon prodotto non significa necessariamente apprezzare il genere. Tuttavia esiste un certo livello di snobismo che caratterizza alcuni non amanti dei musical, spesso dettato più dalla reputazione che si vuole mantenere (chi odia i musical è automaticamente un “bravo cinefilo”?) che da un vero disinteresse. Come in tutto, l’evergreen De gustibus non est disputandum dovrebbe essere la regola d’oro anche quando si discute dei tanto disprezzati film musicali.