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La fortuna: un elemento spesso presente, forse più di quanto siamo disposti ad ammettere, nei lieti eventi e nelle vittorie che caratterizzano la nostra vita…ed i nostri giochi.

La dea bendata è spesso chiamata in causa, con i più svariati appellativi, dai giocatori di Peggle, il gioco rompicapo di PopCap Games in cui palline di diversi colori devono essere colpite per ottenere il maggior numero possibile di punti. Per quanto si possano variare le modalità di gioco (avventura, sfida, duello, partita veloce) e la natura delle palline da colpire (le arancioni valgono più delle blu), il Caso rimane uno dei fattori principali che portano il giocatore alla vittoria o alla sconfitta. Dal momento che non sono richieste particolari abilità e concentrazione per vincere, giochi come Peggle meritano forse di essere snobbati, scartati ed esclusi dalla categoria videogiochi?

peggle

Il sociologo francese Roger Caillois definisce, negli anni ‘50, le quattro categorie in cui i giochi possono essere suddivisi: esistono giochi di agon (dal greco antico: gara, competizione) intesi come sfide intellettuali come il gioco degli scacchi, o sfide fisiche come gli sport; giochi di ilinx (dal greco antico: vertigine) come la danza, l’inseguimento o un giro sulle montagne russe, che ci fanno entrare in una sorta di piacevole trance e stato di eccitazione; giochi di mimicry (dall’inglese: la capacità degli insetti di cambiare aspetto) sono attività come la recitazione e il travestimento (o i Gdr!), che ci fanno calare nei panni di qualcun altro; infine, i giochi di alea (dal latino: gioco dei dadi), quei giochi in cui le capacità e le abilità dei giocatori perdono importanza davanti al Caso che regola – appunto – il lancio dei dadi, un gioco di carte, una partita alla roulette….o un tiro di Peggle. In nessun modo, però, viene sminuita quest’ultima categoria rispetto, per esempio, ai giochi di competizione. La vittoria in un gioco di agon procura sicuramente più soddisfazione al vincitore che sa di essersi sudato la vittoria con sforzi mentali o fisici, ma non per questo può essere considerato “più gioco” di altri. Peggle non mette certo in gioco la vostra precisione, mira o calcolo (a meno che qualcuno non si voglia cimentare nel tentativo di studiare il percorso della pallina!) ma coinvolge altri elementi tipici dei giochi come la suspense, l’adrenalina, il divertimento nello sminuire la “poca fortuna” o la “spropositata buona sorte” dell’avversario (riferimenti a cose e YouTuber sono puramente casuali).

Può anche accadere che alea ed agon si mescolino: si pensi ad un card game come Hearthstone, che si classifica naturalmente fra i giochi di carte, dunque di alea: dal mazzo che usiamo durante una partita viene estratta casualmente la carta che si va ad aggiungere alla nostra mano. Chi non si è mai ritrovato a sperare o pregare che venisse scelta una precisa carta in un momento di bisogno? L’elemento “fortuna”, inoltre, si può riscontrare quando ci capita di fronteggiare un avversario molto giovane o un po’ confuso (esperienza di vita vissuta: un mio avversario Mago continuava a lanciarsi addosso incantesimi di attacco dicendo poi “mi dispiace”); o ancora, chi ci gioca sa quante volte un avversario si arrende non appena si accorge di essere leggermente in svantaggio (io sto ancora aspettando il fumetto “Vigliacco!”) Ecco come la vittoria può, talvolta, essere determinata da questi fattori. Nel caso di Hearthstone, però, non tutto è in mano al Caso: il mazzo di carte lo componiamo noi; sta a noi conoscere le potenzialità delle varie classi dei personaggi; quali carte della mano usare e come usarle è a nostra descrizione; dunque, si può dire che moltissimi giochi siano un mix di skills e momenti favorevoli.

peggle

L’elemento Casualità entra comunque di prepotenza in quasi tutti i videogiochi. Anche quando crediamo di essere sfuggiti alle guardie di qualche fortezza o avamposto grazie alle nostre abilità stealth, potrebbe essersi trattato di un soldato che, senza che noi prestassimo attenzione alla cosa, ha percorso il tratto di ronda più lontano proprio nel momento in cui dovevamo uscire allo scoperto. Inutile fingere di scandalizzarsi e gridare all’ingiustizia di fronte alla buona sorte che può giungere in aiuto anche dei più incapaci: probabilmente nessuno, se si trovasse realmente nelle condizioni di dover sfuggire ad un qualsiasi nemico, rinuncerebbe a sfruttare un momento di fortuna perché determinato a fare affidamento solo sulle proprie abilità: “Mi faccia pure fuori con la sua arma da fuoco, nemico! Non ho trovato giusto ed onesto attraversare proprio mentre lei non guardava. Sarebbe stata solo fortuna e non un reale impiego delle mie skills.”. Divertente, ma inverosimile. Certo, si possono tranquillamente preferire quei giochi in cui le nostre capacità sono testate rispetto a quelli in cui è la Sorte a dettare ogni sviluppo, ma quello è un sacrosanto gusto personale. Affermare invece che gli unici veri giochi, e di conseguenza videogiochi, siano quelli competitivi, è errato. L’agonismo è uno degli elementi che caratterizzano i giochi, ma non l’unico.

Quindi, buon divertimento e – a chi la vuole – buona fortuna!

Note bibliografiche: Caillois R., I giochi e gli uomini: la maschera e la vertigine, Bompiani, Milano, 2000