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Completare al 100%? Questo è il dilemma

In concomitanza con un lavoro che mi sta molto più sul collo, e giornate piene di impegni, non posso dire che in questi tempi non stia giocando parecchio alla mia cara PlayStation. Immerso nell’attesissima ultima avventura di Sora, nelle avventure di raminghi pistoleri o nei combattimenti in calzamaglia attraverso New York. Durante il mio videogiocare, però, sono ricaduto nel dubbio sempiterno di un videogiocatore: platinarlo oppure no? Indubbio che raccogliere tutti i trofei sia la maniera più significativa per poter dire: ho spolpato il gioco fino al midollo, ma cosa sta diventando man mano?

Osservando infatti la lista dei trofei che un platino necessita, la maggior parte delle volte si rimane sbigottiti, o ci si becca un ictus. Ad esempio, Batman Arkham Knight, che necessitava il completamento della storia al 200%, più il raccogliere tutti i trofei dell’enigmista e completare tutte le sfide. O magari gli Assassin’s Creed, alcuni dei primi portavoce degli odiatissimi collezionabili, che all’epoca consistevano in bandierine e piume d’aquila. Non notate anche voi un pattern, uno schema, in questi trofei? Non vi sembra che mirino tutti ad “allungare il brodo”, rovinando magari la bella atmosfera che il titolo intanto ha creato?

Facciamo un passo indietro

Da dove nascono gli achievements? Facile: dai cabinati. L’idea del punteggio nasce nelle famose “macchinette”, che si trovavano spesso nei bar delle città vacanziere o nelle sale bowling. La famosa lista “High Scores” è il chiaro papà dei trofei di oggi, evoluti poi grazie alla Microsoft, passando per Steam e infine Sony, dove hanno preso la forma conosciuta di piccole coppe, divise in bronzo, argento, oro e poi lui: l’ambitissimo platino. Questi obiettivi vengono poi salvati nella propria scheda giocatore, visibile al mondo, fregio (o meno) di quanto abbiamo ridotto o meno un gioco all’osso.

Purtroppo, rispetto al passato, dove l’obiettivo del punteggio più alto era di creare competizione fra amici e non, è diventata tutta una questione di completamento del gioco. Comportando, la maggior parte delle volte, l’affaticarsi nella ricerca di oggetti sparpagliati, nell’ uccidere molte volte gli stessi nemici, o di scoprire la mappa di gioco in ogni minimo e -qualche volta- insignificante dettaglio. Tutto questo può diventare sfiancante, togliendo l’opportunità a chi magari dispone di meno tempo di poter completare un gioco, come si confà ad un vero amante di una saga, ad esempio. Oltre al fatto che il numero di platini per molte persone è il metro di giudizio della bravura del giocatore.

Ma è davvero così? Penso che l’iniziale idea di sfida e completamento si sia andata a perdere in un miasma di oggetti (minuscoli, tra l’altro) per cui ci si affida alla pazienza, più che alla bravura. Un esempio nel quale mi ritrovo è quello di in Red Dead Redemption 2 ove, al fine di prendere un trofeo, è richiesto trovare tutte le figurine di tutte e 12 le serie, per un totale di 144 collezionabili sparsi su una mappa di dimensioni a dir poco gargantuesche. A mio parere, un modo di far amare la mappa di gioco al pari di come un cane può amare rincorrersi la coda per 60 ore. Senza molte volte, come accade per molti obiettivi, arrivare a nulla di fatto, se non all’immagine di una coppetta.

 

Colpa degli Open World?

Pensandoci un momento, sì, potrebbe essere colpa degli open world questo tipo di achievements sempre più presenti. Al fine di far scoprire tutta la mappa in ogni suo minimo dettaglio, si spargono piccolissime molliche in giro su tuttoterreno di gioco. Solo che non sempre ne risulta una vera e propria soddisfazione. Come ha detto qualcuno, è impossibile rendere interessante ogni minimo angolo di una mappa gigantesca, specie se rappresentante più di tre stati. La ricerca, più che una scoperta, diventa un’ossessione e crea -a mio modesto parere- frustrazione e soprattutto noia. Per non parlare poi dei riempitivi che vengono utilizzati, come infiniti mob da uccidere in loop asfissianti.

Parlando di uno degli ultimi giochi usciti, Kingdom Hearts III, ci sono alcuni trofei che comportano magari la ricerca di un punteggio migliore nei minigiochi, o lo sconfiggere tutti gli Heartless-Budino. E fin qui non ci piove, ci sta tutto. Però non capisco l’utilità di portare la nave al massimo livello o ad esempio di distruggere 200 navi nemiche. O, come accade in Bloodborne, di dover rigiocare la storia per ben tre volte per nelll’ambito di raggiungere la più alta riconoscenza tra gli obiettivi. Platinare un gioco diventa svilente e finisce con la resa incondizionata, non davanti alla sfida, bensì al tempo materiale che necessita. Oltre al fatto che talvolta, esso non rappresente nulla di nuovo, senza il benchè minimo livello di coinvolgimento.

Se proprio il trofeo rappresenta il metro di giudizio del giocatore, non sarebbe meglio, magari, dividere i platini secondo categorie? Categorizzando i suddetti in più parti come “esplorazione”, “sfida” e “ricerca”? Si garantirebbe maggior equilibro fra i videogiocatori, oltre a fornire una scelta di completamento rispetto all’obbligo di chiudere qualsiasi conto esistente nell’ambiente di gioco. Un cambiamento che più di ogni altra cosa andrebbe a migliorare anche il risultato fra i player. Non ci sarebbero più profili pieni di bronzi, ma trofei scintillanti dell’aspetto in cui il ragazzo, o la ragazza, eccelle.

E voi cosa ne pensate dell’idea di platinare un gioco? Siete videogiocatori pro o contro la spaventosa mole di collezionabili oggi ormai obbligatori? Fateci sapere nei commenti!