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Quando un “poco di zucchero” non basta

Di tanto in tanto Netflix ci sottopone serie TV di eccellente fattura. Stranger Things, Mindhunter o Happy!, sono alcuni dei prodotti che ci hanno tenuti incollati allo schermo, tra comparti tecnici ben sopra la media, storie avvincenti e bravissimi attori. La piattaforma torna a stupirci adesso presentandoci una mini-serie avvincente, trattante tematiche poco navigate e con un cast d’eccezione: Maniac.

Annunciato durante l’estate, si dichiara come un rifacimento della serie omonima norvegese del 2014, presentando personalità non indifferenti. Ideato e diretto da Fukunaga (il regista di True Detective) e con protagonisti Johan Hill ed Emma Stone, ha tutte le qualità per far parte di quei prodotti da incorniciare nel palinsesto, con una storia interessante e ben raccontata (seppure già sentita prima). Come Stranger Things, infatti, gli scenari e lo stesso raccontato, prendono spunto da vecchi fasti come Matrix, Eternal Sunshine of the Spotless Mind o Inception. Non che sia necessariamente un difetto, però c’è da sottolinearlo.

Parliamo stavolta di mente e tecnologia, focalizzando però l’attenzione sulle psicopatologie e sul piccolo universo che si nasconde nei meandri dei nostri pensieri. Le tematiche parecchio drammatiche e difficili da digerire forse fanno di esso un prodotto non adatto proprio a tutti, ma basta un po’ di coraggio (e pazienza nell’affrontare le primissime puntate) per ritrovarsi, grazie alla regia chiara di Fukunaga, attraverso un’esperienza –quasi– unica.

Umanità, disturbi e pillole.

Come abbiamo detto, l’intera serie ruota attorno alla psiche e ai disturbi che attanagliano quasi tutti, anche per un solo secondo. L’umanità descritta, infatti, sembra in seria difficoltà nel rapporto fra gli individui, e la scienza si ripropone di curare queste problematiche ripercorrendole, al fine di “esorcizzarle”. Annie ed Owen saranno i protagonisti, scelti per questo test medico, in quello che sembra un laboratorio semi-futuristico, capitanato da un gruppo di ricercatori e scienziati alquanto singolari.

Questo scenario è sicuramente familiare per molti, ma nel calderone del malessere di vivere ricadranno tutti quanti. In ciò, infatti, consiste il vero e proprio motore della storia, nonché uno spunto attraverso il quale la serie riesce a prendere le distanze rispetto ai predecessori, da cui prende ispirazione. Tutti soffrono, tutti hanno da combattere la propria lotta quotidiana, e il trascorso di chiunque ha presentato dei traumi, lasciando dentro di noi cicatrici più o meno profonde.

Tutto questo potrebbe essere ricondotto ad una critica alquanto palese sulla società moderna. Vengono messi sul piatto, ad esempio, i compromessi a cui scendiamo nella vita di tutti i giorni, una virtualizzazione sempre più ingombrante e l’incomunicabilità che deriva da essa. Donne e uomini ricorrono ad amicizie finte, pagate, pur di fare quattro chiacchiere con un altro essere umano, spinte forse dalla paura di un rigetto. Ed in ultimo si parla di pillole, probabilmente una critica alla società americana, conosciuta per il largo utilizzo di psicofarmaci al fine di calmare i nervi.

Un argomento coraggioso? Sì e no. Il modo in cui viene trattato è inusuale, e la trama tocca punti a cui non si è abituati, come le psicopatologie unite alla tecnologia. Purtroppo, però, essendo pesantemente basato su concetti già utilizzati in molte altre opere, viene tolto il gusto della sorpresa, dato che vi ritroverete in diverse occasioni a saper anticipare dove andrà a parare la storia. Oltre al fatto che per molti versi la sceneggiatura pare sforzarsi di voler sembrare confusionaria, ma di questo ne parleremo più avanti.

 

Fukunaga e le persone dietro Maniac

Prima di addentrarci nei punti promessi poco fa, parliamo del cast, della regia e del comparto tecnico. Fukunaga è un bravo regista, già premiato per True Detective, e non si smentisce neanche stavolta, donandoci una miniserie fatta davvero bene. Un’ottima e vivace fotografia, fatta di richiami agli anni ‘80 quando ci troviamo nei laboratori, spostandosi poi su toni caldi tra i vari scenari della mente, per poi riscendere su toni freddi nei momenti del presente, nella vita reale. L’occhio non si annoia mai, e dati i sapienti cambi di scenari ed inquadratura, non è mai stucchevole.

Anche gli effetti speciali non sono affatto male, e lo notiamo soprattutto quando veniamo catapultati alcune volte in ambientazioni oniriche. Una regia “regolare”, senza troppi colpi di testa, con inquadrature molto terrene e incentrate sul cogliere le sfaccettature dei volti dei personaggi. Certamente, parliamo di mondi fantasiosi, del labirinto presente nelle nostre menti, dei misteri che vi si avviluppano all’interno, ma parliamo comunque di persone. Il regista, infatti, ha sempre l’occhio di riguardo per le espressioni facciali, cogliendone ogni movimento, lasciando assaporare i loro turbamenti attraverso i visi.

E qui scendiamo al punto che più mi ha esaltato. Le interpretazioni attoriali. Splendide, non posso dire altro. E per essere più precisi la stellina d’oro andrebbe data ad Emma Stone e Justin Theroux, le cui abilità mi hanno veramente fatto alzare il bicchierino alla loro salute. Emma Stone sembra fatta a posta per quel ruolo, e la sensibilità di Annie, il suo chiudersi rispetto al suo passato, ci investe grazie ai suoi sguardi. Justin Theroux è lo scienziato a capo del progetto, rappresentato con i suoi complessi di Edipo e il suo narcisismo sfacciato, una glassa che ricopre un nucleo instabile. Divertente, oltretutto.

Johan Hill…Johan Hill. Di certo il suo personaggio non è semplice. Ho apprezzato molto la qualità della sua performance in quanto Owen. Purtroppo, questo stride parecchio con i viaggi nella sua mente, che ci si aspetta nascondano anche altre sfumature delle sue emozioni. Sul viso di Hill, invece, si nota sempre una leggera apatia, come una costante assenza di sentimenti. Probabile che sia stata una scelta oculata, e probabilmente giusta visti i suoi disturbi, eppure durante un viaggio all’interno della mente, ci si aspetterebbe di vedere altro oltre l’impassibilità.

Più soluzioni, molta confusione

E finalmente siamo arrivati ai punti caldi, concentrandoci sulla sceneggiatura. Come ho già accennato, Maniac sembra sforzarsi di sembrare confuso in determinati punti. Senza fare troppi spoiler, dirò solo che ci viene fatto intendere che Owen sarà il punto focale della serie. Per poi diventarlo Annie. Ed infine il tutto cambia ancora, dato che dalla metà della serie in poi il vero “nemico” diventerà la tecnologia, culminando in uno dei finali di stagione più confusi di sempre.

Lo so, lo so. Da un prodotto che parla di psicopatologie cosa ci si aspetta, se non un po’ di buona confusione? Errore. Fino ad un certo punto, infatti, nonostante la matassa sia leggermente ingarbugliata, si riesce a seguire ogni filo logico senza troppi problemi. Quando, però, si tocca il climax e tutti i nodi vengono al pettine, beh, non si districano. Diciamo che la storia si risolve in più modi, ma essi non rappresentano chiavi di lettura, bensì sono azioni vere e proprie per uscire dalla situazione di pericolo. Eppure, pare tutte e tre si annullino a vicenda, dato che almeno un paio di esse non serviranno a nulla.

Oltre a qualche piccolo foro di sceneggiatura, la cosa più fastidiosa è che alla fine della stagione vi ritroverete a chiedervi come siano andate veramente le cose. Probabilmente è quello l’obiettivo a cui Fukunaga mira, eppure è tutto volutamente, forzatamente difficile, sacrificando la chiarezza quasi cristallina delle puntate precedenti per un po’ di sano mistero. A mio parere, è stata una serie veramente ben riuscita e ne aveva dato conferma molto prima delle sue battute finali, senza bisogno di passaggi astrusi per risultare più “figa”.

Per il resto, è una mini-serie assolutamente da guardare, già solo per le interpretazioni di tutti, per un comparto tecnico di tutto rispetto e per delle ambientazioni abbastanza fantasiose. Sulle ultime dette, avrei gradito anche qualcosa di più psichedelico, perché se davvero stiamo scendendo nei meandri della mente, beh, non mi aspetto di vedere effettivamente mostri e persone contorte, ma qualcosa più di una semplice e lunga sparatoria, sì.

 

 

Maniac è una serie TV di come poche se ne vedono. Un tema interessantissimo e sviluppato in maniera piuttosto singolare, aprendo lo spettatore a bei ragionamenti, un po’ come Black Mirror. Attori bravissimi e un regista oculato e preciso. Peccato per il finale, che si sforza di essere di difficile comprensione, nonostante il registro chiaro seguito lungo tutta la serie.

7.8

Trama

7.7/10

Sceneggiatura

8.0/10

Effetti speciali e scenografia

7.5/10

Colonna sonora

7.9/10

Regia

8.0/10

Pros

  • Una regia chiara e pulita
  • Ottima la fotografia, sebbene non originalissima
  • Interpretazioni magnifiche, Emma Stone per prima
  • Tematica molto interessante
  • Storia lineare e cristallina...

Cons

  • ...con qualche calo purtroppo nel mezzo
  • FInale volutamente ingarbugliato e misterioso
  • Alcune scene d'azione un po' stereotipate