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Ragazzi, dovete tornare indietro con me

Discutendo di pellicole che il pubblico odia e disprezza, ma che per qualche motivo adoriamo comunque, parlerò oggi del mio film preferito di tutti i tempi: Ritorno al Futuro. Adorato come me da molti e una delle icone cinematografiche che stendono un divisorio fra nerd e non, da anni e anni. Ovviamente c’è anche un altro lato della medaglia, cioè un nugolo tornito di persone che (magari a ragione) non eleva il caro prodotto di Zemeckis e Gale a capolavoro, ma anzi, lo reputa troppo commerciale, blando e dalle tematiche perlopiù consumistiche.

In una battaglia continua fra chi lo spregia e chi lo adula, voglio proporre la mia voce, in modo magari da cambiare qualche pensiero, spiegando perché io (e moltissime altre persone) siamo innamorati di questa pellicola. Partiamo dal presupposto che se cercate film impegnati, come può esserlo un Lawrence d’Arabia, Ritorno al Futuro non è ciò a cui dovreste puntare. Prima di premere “Play” siate consci che state per osservare un prodotto di puro intrattenimento, il cui genere già si presta a non essere preso più di tanto sul serio, il fantascientifico.

La trama è semplice e gira attorno all’amicizia fra Doc Emmet Brown e Marty McFly, un duo che ricalca un po’ l’immaginario dei ragazzi dell’epoca e non: il bonario e strano scienziato pazzo e il ragazzo sveglio pronto all’avventura. Impareranno che non si scherza, né col viaggio nel tempo, né con i terroristi e Marty, pur di salvare il suo amico, quasi incorrerà nella sua stessa distruzione. Con il continuare della saga il legame tra i due cresce, facendo evolvere entrambe le figure, impegnati in sfide contro il tempo e talvolta loro stessi. A dirla così non sembra così vuoto e sempliciotto, vero?

Per gli anni 80 questa tipologia di film erano il pane quotidiano. Avventura mista a sentimenti, con aggiunta di un po’ di mistero e un pizzico di humor, questa è ancora oggi una ricetta più che valida per un film che, nonostante la sua semplicità, si accaparra sicuramente un posto nel cuore del pubblico. Ed è proprio questo che non manca a Ritorno al Futuro, il cuore. Parliamo ovviamente non solo della recitazione e di una trama ben scritta, ma anche dell’impegno nel rendere certe scene ed effetti memorabili. Niente CGI, niente effettoni clamorosi, e nonostante questo di può dire che sia invecchiato benissimo. Questo ovviamente è possibile solo grazie alla sua egregia fattura.

Perdonate la lingua inglese, ma il trailer in italiano sembrava montato dall’accoppiata Ruffini-Neri Parenti.

Inoltre, come tante altre storie di film, che hanno rappresentato veri e propri “viaggi della speranza” per i registi, anche quella che si cela dietro questo film è da ammirare. Un vero e proprio tuffo nel vuoto, specialmente se parliamo del secondo, per la coppia Gale-Zemeckis: ad un passo dal fallimento dopo un paio di film che gli fruttarono solo critiche negative e pochissimi introiti. Passati attraverso più case di produzione e cacciati quasi in malo modo, trovarono finalmente in papà Spielberg un produttore. Se poi vogliamo parlare delle splendide musiche, sappiate che la colonna sonora, diretta da Alan Silvestri, è stata una delle prime a contare un’orchestra di più di 80 strumenti. L’impegno dietro questo film è stato qualcosa di assurdo.

Anche gli attori non furono da meno, con turni da far arricciare i capelli ai metronotte, e con un Crystopher Lloyd che ancora ricordiamo per l’interpretazione di uno dei più iconici scienziati pazzi del cinema, con i suoi studiati movimenti alla Stokowski e le espressioni facciali a metà fra l’umoristico e il paranoico. E tengo per finire la chicca: la Delorean. Una delle automobili per eccellenza che, grazie al suo design di esperimento costruito in un garage, dava una sensazione di misterioso e pericoloso al tempo stesso, unita alle bellissime linee di design Giugiaro. Quale ragazzo, semi-citando il film, non desidererebbe viaggiare nel tempo…ma con quello stile? Insomma, Ritorno al Futuro, semplice? Avrei non pochi dubbi.

Non è un segreto perché il tema, inoltre, abbia sempre colpito molte persone, adolescenti e non. Il tempo, la possibilità di cambiare il futuro. Risolvere la propria vita con pochissima fatica, regalando magari un almanacco sportivo ad un vecchio noi. Questa è magari la morale che dapprima si può intuire, dandogli quell’alone di consumismo. Eppure, credo che la vera morale si nasconda all’occhio meno vigile, rivelandosi poi nell’ultimo capitolo: siamo noi i padroni del nostro destino, e non ci sono trucchetti che tengano. Con questo non mi azzardo neanche a dire che non abbia i suoi problemi, alcuni sono fin troppo evidenti, eppure se si guarda più nel dettaglio si può subito capire perché piaccia così tanto.

Per finire: avventura, mistero, amicizia, un’auto fichissima che viaggia nel tempo, e per chi ha tempo un mare di curiosità relative alla sua creazione, che affondano nelle radici dei limiti della tecnologia dell’85, capace comunque di sfornare una pietra miliare del cinema. Al di là del suo genere, è innegabile che abbia scritto la storia, donandoci più di 30 anni di sfrenata immaginazione sul “cosa sarebbe successo se…?”. Quando mi sento depresso, o triste, mi ritrovo a pensare a questo film e a quante grandi cose possano nascere da azioni semplici, come una giornata passata in soffitta a guardare vecchie fotografie: “e se scoprissi che mia madre, fervente cristiana e bacchettona, ai tempi delle superiori fosse una poco di buono?